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L’altra faccia del lockdown, aumentano i casi di violenza di genere

Marta Tarantino

Senza ombra di dubbio il 2020 occuperà di diritto tutte le pagine di storia ancora da scrivere. La crisi sanitaria globale dovuta alla pandemia da Coronavirus Disease-2019 (Covid-19) ha determinato uno sconvolgimento straordinario per tutti gli stati, senza esclusione di colpi e con una continuità geografica mai registrata prima.

Questa situazione del tutto inaspettata ha costretto i governi di tutto il mondo ad intraprendere misure drastiche per contenere la diffusione del virus, con buona pace delle libertà a cui tutti da sempre siamo abituati. Trasporti aerei, spostamenti veloci e socialità di massa hanno infatti lasciato spazio a una ritrovata semplicità, fatta di affetti stabili, ritorno ad abitudini da tempo dimenticate e pane caldo fatto in casa.

Il rapporto tra lockdown e violenza di genere

Purtroppo però, all’immagine romantica della famiglia riunita nelle avversità si contrappone il riverbero delle tante questioni sociali pregresse, mai risolte dai governi e dalle istituzioni. Tra queste, la violenza di genere è forse la più coriacea e trasversale, in grado come i liquidi di prendere la forma del contenitore in cui viene immersa e con la quale si indicano “tutte quelle forme di violenza, da quella psicologica e fisica a quella sessuale, dagli atti persecutori del cosiddetto stalking allo stupro, fino al femminicidio, che riguardano un vasto numero di persone discriminate in base al proprio sesso” 11 – Fonte: Ministero dell’Interno, http://www.interno.gov.it/it/temi/sicurezza/violenza-genere.

In Italia, durante la quarantena, fattori come la crisi economica, lo stress psicologico causato dall’isolamento e il fallimento delle politiche per la famiglia hanno contribuito fortemente all’aumento dei casi di violenza, soprattutto della cosiddetta IPV (intimate-partner violence), svelando una verità oramai oggettiva: la casa per molte donne non è un posto sicuro.

Casi di violenza tra le mura domestiche in aumento del 17%

In pieno lockdown, la diminuzione del numero di chiamate ai centri anti-violenza rispetto allo stesso periodo del 2019 ha illuso molti sulla possibilità di un generale miglioramento, salvo rivelarsi poi solo uno specchio per le allodole. Se in un primo momento, grazie al confinamento domestico, molti uomini hanno visto concretizzarsi il loro bisogno di controllo verso mogli e compagne, impossibilitate a chiedere aiuto, con l’allentarsi delle restrizioni l’idillio è crollato come un castello di carte, riportando alla luce una situazione da tempo emergenziale.

I dati forniti dall’associazione Di.Re. (Donne in Rete contro la Violenza) hanno infatti svelato l’altra faccia della medaglia: nel periodo dal 2 marzo al 3 maggio 2020 le donne che si sono rivolte per la prima volta al centro sono state 1815 su un totale di 5939, con un incremento del 17% tra aprile e maggio.

La violenza di genere non è solo un problema italiano

I dati italiani non rappresentano un caso isolato, anzi confermano il trend generale di un fenomeno molto più esteso. Come sottolineato dalla relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla Violenza di genere, Dubravka Šimonović, per milioni di donne e minori le restrizioni imposte dalla pandemia rappresentano un pericolo concreto di subire violenze e ciò è ancor più vero per le aree in via di sviluppo.

Mentre dal Nord Europa al Mediterraneo sino al Sudamerica molti governi tentano di ripartire, la crisi sanitaria continua a mettere a nudo fragilità strutturali che nel futuro dovranno essere necessariamente affrontate – e ciò anche in vista di una possibile seconda ondata epidemica – fra tutte la difficoltà di accesso ai servizi per la famiglia e alle case rifugio, la sospensione dei processi per casi di violenza oltre ad una certa latitanza delle autorità.

Una rete internazionale di prevenzione per la violenza domestica

Ben lontani dal fornire un quadro esaustivo, questi fattori rappresentano le spine nel fianco della lotta alla violenza di genere, gli agenti patogeni di una pandemia meno visibile del Covid-19 ma ugualmente insidiosa.

I governi di tutto il mondo sono chiamati ad agire in un’ottica preventiva e non riparatoria attraverso una collaborazione programmatica con le associazioni impegnate sul territorio, assicurando a donne e minori la protezione prevista dai protocolli internazionali. Solo così si potrà immaginare, se non di debellare il virus della disuguaglianza, quantomeno di contenerlo con forza e di appiattire la spaventosa curva della violenza.

*in cover foto di Sydney Sims su Unsplash
Marta Tarantino
Marta Tarantino

Dottoranda di ricerca in Gender Politics in Contesto Islamico all'Università Orientale di Napoli, vivo e lavoro tra Lecce, Cambridge ed Amman. Da sempre appassionata di diritti civili, genere e identità, collaboro con l'organizzazione giordana SIGI/JO per i diritti delle donne, declinando la mia passione per la ricerca a servizio di chi non ha voce.

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