fbpx

Veganismo, quello che occorre sapere

Angelo Petrelli

Tra veganismo e vegetarianismo

La lettura di questo breve articolo sul veganismo esige alcune avvertenze utili. La mia speranza è che il lettore non incorra seguendone il percorso in facili equivoci o in travisamenti di sorta.

Intanto le scelte che propone non sono dei consigli di carattere medico pur avendo delle accertate basi scientifiche; e per quanto riguarda la pratica, ammetto da subito di essere stato vegano per circa un anno, forse poco tempo, ma sufficiente per provare con mano quanto dico, per poi rinunciare alle restrizioni di questo tipo di alimentazione, non perché abbia avuto dei problemi di salute, ma perché le conoscenze che ho accumulato con il tempo mi hanno portato alla comprensione dell’errore che stavo commettendo. Riguardo alla scelta morale, la ritengo valida tuttora, pur seguendo un’alimentazione meno rigida: quella vegetariana.

Mi sembra di percepire una certa diffidenza nell’uomo della porta accanto in merito alla questione. Tutto il male ha origine nell’infanzia. Il bambino è dispostissimo a credere ai propri genitori quando sono amorevoli, a farsi bastonare quando sono severi, ad accettare l’insegnamento di chi sa illudere lusingando.

È facile essere piccoli con i grandi e prepotenti con i più deboli. A loro volta così faranno i figli dei figli, e la consuetudine si instaurerà nel mondo come un macigno di alienazione (Entfremdung) che non può essere rimosso. La consuetudine è quindi carica di accidia. È la dottrina incomprensibile di chi, di fronte a un errore che procura danno, non prova rimorso: l’usanza in questione, come ho già accennato, è il nutrirsi di carne. Visti i presupposti, ci sarà poco da ridere.

Veganesimo e media

L’argomento principale a supporto del veganismo è la sofferenza degli animali. La necessità di evitare questo patimento è un punto di vista che merita il massimo del rispetto e dell’approfondimento. Ma questo tema è, in generale, tanto male dibattuto, perché essendo sulla bocca di tutti ha finito per perdere di significato specialistico.

Se ne interessano i superficiali social, gli opinionisti nei talk show televisivi e varie figure semiserie nei pollai mediatici, senza offese per il Gallus sinae, già vittima di genocidio da parte dell’industria alimentare su scala planetaria.

La discussione è quindi svilita da riflessioni profane interessate a produrre facili applausi, altre forme di cabaret e basso intrattenimento sentimentale.
Questa premessa implica la necessità di accostarsi alla tematica con le spalle grosse di un vissuto reale e di un’attenta lettura e analisi degli studi scientifici di settore.

La scelta etica del veganismo: la compassione

Se il veganismo è una scelta etica che si fonda su un’asserzione chiara “anche gli animali soffrono”, si basa su una verità semplice, evidente, che ha a che fare con le cose umane, cioè con l’esperienza diretta, con la logica del sentire.

Evitare la sofferenza degli esseri senzienti è un valore. Uno dei più sapienti e stimabili, credo, ma ammettendo di essere ignoranti sotto il profilo morale (o meglio insensibili o ciechi, si veda il concetto di Avidyā – dal sanscrito “ignoranza”, mancanza di visione – nel buddhismo), dobbiamo scegliere comunque per precauzione questo indirizzo come vagando di notte al buio.

Questo è il motore dell’agire che si fonda su un sentimento: la compassione (che è anche l’amore del Cristo, che non è masochismo, ma l’unica visione del dolore del mondo possibile, ma soprattutto il karuṇā del Buddha storico – e chi siamo noi per non ascoltarli?).

In un mondo dove tutto si assomiglia senza conoscersi, considerati i presupposti, la compassione – karuṇā, appunto, in lingua Pali – potrebbe sembrare una falsa coscienza (come avrebbe definito il duo Marx/Engels – un’interpretazione distorta della realtà – un’ideologia)11 -sulla compassione (MitLeid) il Nietzsche maturo si sbagliava – opponeva il vigore della figura di Eraclito a quella pacifica del principe Siddharta Gotama/Schopenhauer: esaltando il primo e denigrando i secondi. Riguardo all’anticompassionevole Nietzsche: non sarà forse la compassione nei confronti di un cavallo frustato a consacrarlo alla follia?, eppure va praticata, perché è l’unica possibilità razionale di rapporto con gli altri (e quindi di unione con noi stessi)22-la proposizione è in apparenza, solo in apparenza, una tautologia.

E detto questo, nonostante tutto, il veganismo (o veganesimo), per molti aspetti, è arrivato ad un punto morto: perché se voleva dimostrarsi scelta, espressione di una pratica perfetta, si scontra con la realtà di una biologia umana che è contraria a questa prassi alimentare, accettata nella sua integralità e ortodossia.

Gli studi di genetica degli ultimi cinquant’anni hanno dimostrato che l’uomo, nella sua storia evolutiva, si è sempre cibato, per quanto scarsamente, anche di cibo di origine animale, come un buon spazzino raccoglitore33 – si legga il saggio A cena con Darwin, di Jonathan W. Silvertown, Bollati Boringhieri, 2018.

Senza alcun dubbio, l’homo sapiens è onnivoro, a maggior ragione perché abbiamo il dna quasi al 99% in comune con scimpanzé comune e scimpanzé bonobo che si nutrono in piccola parte anche di carne.

Dai molluschi alle piccole carcasse d’animali terrestri, roditori e simili, fino ad arrivare a bestie di grande taglia da cacciare, la nostra specie ha gestito la transizione da nomade cacciatore ad agricoltore attraverso l’ingestione delle proteine cosiddette nobili44 – sull’uso di questo termine si è aperto un dibattito atto a dimostrare che “nobili” è un termine tendenzioso – come lo è tutto il linguaggio non specialistico direi.

Il nostro corpo ha bisogno in ogni caso, anche senza allarmismi di sorta, della famigerata vitamina B12 (Cobalamina) presente solo nei cibi di origine animale, ma ci vogliono anni di astinenza dai prodotti di origine animale per produrre effetti deleteri sul corpo umano legati all’esaurimento delle riserve di B12 presenti nel fegato di un essere umano adulto 55- si veda Come superare la carenza di vitamina B12 ,di Sally Pacholok e Jeffrey Stuart, Macro edizioni, 2018.

Supplementare i cibi vegetali con questa di sintesi (o peggio ingurgitare tutti i giorni tavolette di integratori), è un’idea insensata che fa gioco solo all’industria parafarmaceutica e alle mode frivole e ascientifiche: l’industria del bene non necessario, la chiesa dei sudditi sprovveduti e impauriti – la religione degli integratori.

Ma la macchina commerciale è sempre in moto, e le verità che il potere economico commissiona sono quelle di studi fatti ad hoc per ottenere prove dell’utilità eclatante di un determinato prodotto.

Non sto parlando della supplementazione nel caso di una carenza grave comportante patologie come lo scorbuto, anemia, eccetera, ma di un uso preventivo in assenza di patologie conclamate dettato dall’automedicazione, magari dopo aver letto qualche forum in rete o essere stati consigliati dall’amico del calcetto, o da riviste di gossip.

Così, posso pensare, l’essere vegani è entrare in un circolo vizioso – quello delle mode (per quanto in buona fede e ispirati da un senso di giustizia)66-le mode sono sempre dettate dal conformismo e dall’omologazione – si veda il magistrale saggio di Simmel – La moda, di George Simmel, SE, 1996.

L’omologarsi al gruppo esprimendo la propria individualità sembrerebbe un paradosso, ma è fin troppo ovvio ribadirlo,“io” non esiste, è solo apparenza, dunque è un errore causato dal mancato riconoscimento della propria natura.

L’evoluzione umana

Se l’evoluzione, attraverso l’intelletto ci permette di cogitare tale assunto, e considerate questo sentimento la compassione come utile (perché è la capacità di un’identificazione emotiva con altri, in questo caso con gli altri animali), ma il nostro corpo ci invita per fisiologia a nutrirci anche di prodotti di origine animale: come si può sostenere un divieto totale di questo genere?

Ci manca l’umiltà di accettare la nostra natura non autonoma, la nostra autenticità che non è in grado di assoggettare il corpo biologico al concetto: è assente in noi un approccio olistico. Ora la domanda retorica è questa: non possiamo mettere insieme le due istanze e nutrirci in maniera scientificamente corretta ma compassionevole? L’antispecismo77 – lo specismo sta all’interpretazione minoritaria delle altre specie animali come il razzismo sta al disprezzo delle altre razze umane – ma in realtà non esistono razze umane, quindi il razzismo è doppiamente fuori luogo e idiota è buono e giusto, è auspicabile e ben venuto: il filosofo Singer ha coniato il termine per esaltare il diritto alla vita di ogni essere: ma, da questo punto di vista, non possiamo pensare che l’evoluzione abbia commesso un errore mortale.

La terribile sciagura, la questione che dovrebbe fare indignare, non è quella di poter ingerire delle piccole quantità di carne o altri nutrienti di origine animale, ma è nell’aver creato una macchina di morte al livello industriale così brutale e violenta. La condanna per i campi di concentramento nazisti e i gulag comunisti è unanime, fatta eccezione per personaggi balordi che ne negano l’esistenza storica e che sono più affini al folclore che alla cultura medio-alta, si vedano i negazionisti del sabato sera. La giurisprudenza dei vincitori ne ha sancito l’inumanità e la criminalità attraverso il processo di Norimberga.

L’indifferenza nei confronti della fabbrica di morte animale è altrettanto storicamente connotata – comprendo che il paragone offenda la sensibilità di chi crede ancora in una separazione e una natura divina del genere umano rispetto alla quale le altre forme di vita sono appendice della cosiddetta creazione: ma perché preoccuparsene? La sfida che dobbiamo affrontare è quella dell’amore e dell’intelligenza, non del rancore e dell’egoismo. Dobbiamo muoverci verso una progressiva civilizzazione che abbatta l’idea antropocentrica e basata sull’assurdo dualismo anima-materia dove l’animale è oggetto materiale inteso nella disponibilità dell’uomo e non parente stretto dell’uomo, l’amico da accudire e tutelare.

In verità, il nostro cervello ci ha reso l’animale più letale del pianeta. Al livello neuropsichico, e soprattutto i mammiferi, sono molto più vicini alle possibilità sensibili del cervello umano di quanto si possa credere88 – consiglio Quando gli elefanti piangono. Sentimenti ed emozioni nella vita degli animali, di Jeffrey M. Masson, Dalai editore, 1997: sono in grado di sentire e patire come gli homo sapiens.

Sempre Singer ha postulato la capacità di soffrire come criterio etico egualitario: dolore umano e dolore animale sono la stessa esperienza universale99 – il classico, che è impossibile non leggere, è Liberazione animale. Il manifesto di un movimento diffuso in tutto il mondo, di Peter Singer, Il Saggiatore, 2010.

Qual è la soluzione? La sintesi è un’alimentazione consapevole che tenga conto della scelta etica ed ecologista: è fondamentale ridurre l’inquinamento e lo spreco di risorse prodotto dai lager di animali da allevamento, che sono un vero e proprio disastro globale oltre che una forma di crudeltà inaccettabile1010 – per chi non l’avesse ancora letto consiglio il classico Ecocidio. Ascesa e caduta della cultura della carne di Jeremy Rifkin ma anche Come mangiamo. Le conseguenze etiche delle nostre scelte alimentari, di Jim Mason e Peter Singer, il Saggiatore, 2007 e delle accertate realtà scientifiche in tema di salute. In quest’ultima una piccola quantità di nutrimento di origine animale è presente, non per forza carne (e quindi morte), ma possono andare bene i latticini. Sull’argomento si dibatte da un ventennio: c’è chi sostiene che il latte di mucca sia dannoso per la salute umana e chi lo esalta come bevanda perfetta – fate voi – e le uova.

La stragrande maggioranza delle calorie giornaliere deve derivare da cereali integrali, legumi, verdura e frutta. L’associazione di cereali e legumi è perfetta, perché permette l’assorbimento delle proteine di origine vegetale attraverso la completezza degli amminoacidi essenziali in grado di favorire la sintesi proteica.

Da limitare i cibi ad alto contenuto calorico (cibi con alto contenuto di zuccheri e grassi) ed evitare le bevande zuccherate. Da evitare la carne conservata (salumi e insaccati); da limitare la carne rossa e i cibi ad alto contenuto di sale. Una piccola parte della nostra alimentazione, invece, deve essere composta dai semi oleosi (ricchi di vitamine e omega3).

Perché evitare la carne rossa?

D’altro canto, come dimostrano studi indipendenti, il consumo di carne rossa (il consumo eccessivo e soprattuto di carne lavorata come insaccati e salumi) è correlato all’aumento di alcune patologie come il cancro dell’esofago (insieme all’alcol), stomaco, colon-retto, prostata, endometrio e altri tumori ormonedipendenti (si veda il Codice europeo contro il cancro per delle semplici e ragionevoli indicazioni, di cui consiglio di cercare sul web la versione in inglese perché quelle varie ed eventuali tradotte in italiano sono edulcorate in maniera tale da non mettere in difficoltà l’industria di farine raffinate e carne, purtroppo: vedere per credere).

Inoltre, in proporzione al grado di obesità aumenta il rischio di morte (prematura) causato da problemi cardiovascolari: come ho ribadito in altri scritti, segnalandovi l’ovvio, mangiare troppo uccide. Quindi perché rischiare? Possiamo evitare di fare del male a noi stessi e agli altri?
Il rimedio sommo è molteplice (rischio di essere didascalico):

  1. La rinuncia alla violenza.
  2.  La presa in carico della responsabilità personale causata dalla nostro non-agire.
  3. Il rifiuto di una consuetudine errata.
  4.  l’accettazione di una salvezza che può essere solo collettiva e mai personale.
  5.  La ricerca di un metodo per vivere autentico che è ricerca dell’unità: che può essere scelta religiosa quanto impegno etico, civile.

L’amore per gli animali

Tornando all’argomento mode e consuetudini, tra le bizzarrie del nostro millennio, ben venga l’adottare un cane randagio o un gatto, ma si tenga anche presente che la stragrande maggioranza di chi lo fa non ha alcun sentimento di compassione nei confronti di mucche, polli, maiali e agnelli (mi possano perdonare tutte le altre specie vittime di soprusi che non ho menzionato).

Situazione del tutto particolare è quella dei cavalli, l’animale nobile per eccellenza, quasi venerato da chi lo cavalca, considerato carne prelibata in certe zone dell’Italia.

Altro discorso è per il mercato degli animali di razza. Qui c’è l’uomo-demiurgo: orecchie enormi e inclini a infezioni, zampe cortissime e corpo troppo allungato con problemi alle vertebre, tronco minuscolo e cranio brachicefalo. In definitiva, disarmonie e malattie genetiche ereditarie causate dalla selezione artificiale operata dall’uomo per fini estetici (la soddisfazione di un capriccio) e scopi di lucro.

Dopo la sua scoperta, la genetica da strumento potentissimo e in grado di liberare, è diventata un gioco economico. Non mi riferisco alla moderna ingegneria genetica in grado di salvare vite, ma alla scoperta dell’ereditarietà dei caratteri che risale a metà ottocento (le leggi di Mendel).

Cosa ne pensate: il cane è come una mela, un pomodoro o qualsiasi altro frutto da modificare per fini commerciali o per divertimento? Quindi, scegliete di voler bene a tutti gli animali (per quello che sono) nel profondo della vostra comprensione: nella loro naturale propensione a sopravvivere meritano tutto il rispetto che gli abbiamo negato e la possibilità di autodeterminarsi.

Cos’è il giudizio?

Di fronte alla possibilità di rinunciare al nostro piacere personale per un fine più alto, per quanto intangibile, spesso rimaniamo scettici. Possiamo considerare chi è in grado di rinunciare a se stesso un santo, e quindi diverso da noi, una tradizione negata. Ma gli esempi più grandi sono spesso espressi da persone ordinarie che hanno trovato l’eccezione nel profondo della loro anima (e quindi dell’intelletto), quindi sono state toccate dalla grazia di un’esistenza come uomo1111-in italiano, a differenza di altre lingue come greco e tedesco, siamo sprovvisti del neutro quindi accontentatevi del sostantivo “uomo”, che equivale a donna o vuole dire “nessuno dei due” spirituale che tutto giudica e da niente è giudicato1212- 1Corinzi 2:15 “ὁ δὲ πνευματικὸς ἀνακρίνει μὲν πάντα, αὐτὸς δὲ ὑπ’ οὐδενὸς ἀνακρίνεται”.

Ma cosa vuole dire in questo discorso “giudicare”? La vita nel suo insieme è un peregrinare da un giudizio di valore a un altro, persino il disinteresse è un giudizio: infatti, non prendiamo mai sul serio la morte, questo non è contraddittorio e neppure paradossale. Se la morte non ci colpisce negli affetti cari, nei vicini, nei prossimi siamo distaccati dal senso di perdita che la contraddistingue e la accettiamo. La riscoperta di noi stessi, lo γνῶθι σαυτόν1313 – il “conosci te stesso” ellenico all’ennesima potenza passa solo dalla perdita di questo punto di vista (solo apparente) tra vicino e lontano, nel superamento degli opposti.

La morte di qualsiasi essere senziente causata da un abuso ci deve toccare personalmente, offendere, indignare. Questo non è l’altruismo che si oppone all’egoismo, perché le possibilità sono una finzione secondaria scaturita da un finzione originaria “l’ego”.

Abbiamo la necessità di comprendere la verità che è il tutto e il nulla, la nostra perenne relazione con l’altro. Anche il nulla è la fluttuazione di opposti che si annichiliscono e risolvono in una quantità di spazio e tempo infinitesimale: la materia e l’anti-materia.

Il bene, che è sinonimo di utile e di agire secondo l’ordine geometrico: e non c’è gerarchia in questo, né opposizione o dualismo – d’altro canto, non è situato nel tempo questo momento definito “il bene”, in questo senso, è nell’intelletto che è alla base dell’agire etico (e quindi razionale).

E, dunque, cosa stiamo aspettando? La beatitudine e la salvezza sono alle porte: questa è la nostra eternità, una scelta da realizzare1414 – si veda il finale dell’opera più importante della filosofia moderna (a mio modesto avviso) – l’Ethica ordine geometrico demonstrata di Baruch Spinoza.

*in cover foto di Q.T. su Unsplash
Angelo Petrelli
Angelo Petrelli

È nato a Roma nel 1984. Laureato in Filosofia, vive e lavora a Lecce. È autore della silloge poetica Elegìa (Besa) e del poema Molokh (PeQuod). Ha fondato L’Alter Ego, periodico d’estetica e cultura letteraria. Ha collaborato con diversi quotidiani locali e i suoi interventi critici sono apparsi su riviste come Allegoria (Palumbo editore), Atelier (Edizioni Atelier), L’immaginazione (Manni), Krill (Lupo editore) e il lit-blog nazioneindiana.com.

  • 1

Lascia un commento

Your email address will not be published. Required fields are marked *