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Aborto, dall’Umbria attacco ai diritti delle donne

Lo scorso maggio, la Legge 194, che ha reso legale l’interruzione volontaria di gravidanza (IVG), ha compiuto quarant’anni. Le grandi battaglie civili condotte dalle nostre nonne e dalle nostre mamme, hanno aperto uno spiraglio di luce ai nostri diritti sulla libera scelta e l’autodeterminazione.

Dal 2009 in Italia (ma già negli anni ’80, in numerosi paesi dell’Europa), è stata introdotta la RU486, la cosiddetta pillola abortiva, con la quale si può ricorrere all’aborto medico invece che a quello chirurgico introdotto dalla 194. Nel corso degli anni, però, quello che sembrava uno sviluppo concreto dei nostri diritti, a causa di molti spiacevoli eventi, si è invece arrestato, e in alcuni casi sembra essere retrocesso.

È il caso clamoroso della Regione Umbria, dove lo scorso 10 giugno l’attuale giunta regionale ha abrogato la delibera della precedente amministrazione che dava priorità alla pratica abortiva farmacologica in day hospital o con assistenza domiciliare.

La presidente Donatella Tesei (Lega), invece, attenendosi alle linee guida del Ministero della Salute (le più recenti sono del 2010, tra l’altro), impone la somministrazione della pillola abortiva in regime di ricovero ospedaliero di tre giorni. Un drammatico passo indietro che – a dire di Tesei – comporterebbe una effettiva tutela della salute della paziente attraverso il monitoraggio costante dei rischi derivanti dalla scelta di aborto e quindi una prevenzione degli stessi, che, diversamente, non potrebbe avvenire.

Che cos’è la pillola RU486

La pillola RU486 è un farmaco creato dall’associazione di mifepristone e misoprostol, ovvero uno steroide sintetico il primo, inibitore del progesterone necessario al mantenimento della gravidanza e prostaglandina il secondo, utilizzato essenzialmente per l’espulsione del materiale abortivo.

La sua somministrazione non prevede alcuna anestesia, generale o locale, pertanto non comporta eventuali difficoltà che sarebbero legate a un intervento chirurgico, come per esempio la rottura dell’utero o gravi emorragie. L’assunzione del farmaco, inoltre, può avvenire subito ed entro il quarantanovesimo giorno di amenorrea, restringendo notevolmente i tempi di attesa della paziente, che sappiamo essere tempi colmi di sofferenze fisiche, nel caso in cui si presentino i sintomi della gravidanza, e ovviamente psicologiche, per la scelta che si compie.

Vale la pena ricordare che nel resto dei paesi europei nei quali viene accolto l’aborto farmacologico come preferenziale rispetto al chirurgico (pensiamo alla Francia, alla Svezia, Finlandia, eccetera) l’erogazione del farmaco è prevista fino al sessantatreesimo giorno, cioè entro la nona settimana, cosi come da linee Guida dell’Oms.

IVG, un diritto sanitario tutelato davvero?

L’aborto rientra nei servizi che lo stato italiano è tenuto a prestare in ogni momento, in quanto rappresenta un livello essenziale di assistenza (Lea). Tuttavia, L’imposizione dell’iter chirurgico come sola opzione di IVG è drammaticamente lesiva della libera scelta individuale e diventa una vera e propria negazione di diritto quando, in un paese che si dovrebbe definire civile, l’unica possibilità di aborto è oltretutto condizionata dalla presenza, sempre crescente, di personale sanitario e medico che dichiara obiezione.

Nel particolare, l’Umbria presenta il 66 per cento di medici e anestesisti obiettori (non da meno Abruzzo, Molise, Basilicata e Sicilia). Di contro, il numero di aborti clandestini in Italia è ancora elevato, tra i 10mila e i 13mila casi.

A tal proposito, molte associazioni e movimenti per la tutela dei diritti delle donne (e noi ci schieriamo con essi), come Obiezione respinta, Non una di meno, AMICA, si sono mobilitate contro la nuova scelta della regione Umbria e in generale contro l’abuso di pratiche abortive chirurgiche, poiché questa scelta rappresenta l’ arresto del diritto all’autodeterminazione, quanto mai necessario in questa epoca dominata da sopruso e sottovalutazione nei confronti delle donne.

Non è solo una mera questione diritto di scelta di un’opzione sanitaria meno invasiva rispetto a un’altra molto più impegnativa, ma è una faccenda che include altri diritti.

Pensiamo al diritto alla privacy, che ogni donna vedrebbe violato da un ricovero obbligatorio prolungato e, quindi, il verificarsi di eventuali effetti su relazioni familiari, lavorative, sociali. Pensiamo al diritto di agire autonomamente, il quale, in una interruzione chirurgica sarebbe precluso, poiché la paziente concede il solo consenso, ma di fatto è il medico che pratica l’aborto (si consideri l’aspirazione, per esempio).

Pensiamo infine, al non meno importante diritto di sentirsi libere dal senso di una colpa che, secondo una politica e una società ostile alla concreta emancipazione femminile, si dovrebbe espiare con una detenzione ospedaliera.

La questio legis sull’aborto

La Legge 194/1978 disciplina l’interruzione volontaria di gravidanza lasciando alle Regioni l’organizzazione dei servizi sanitari in maniera efficace e meno invasiva per la salute della donna. Per tanto, la RU486 viene somministrata nel pieno rispetto della legge, mentre le nuove imposizioni dell’Umbria, ncorate alle ultime linee guida sanitarie emanate dal Ministero nel 2010, contravverrebbero di fatto all’articolo 15 della stessa legge, che invita “all’uso delle tecniche più moderne, più rispettose dell’integrità fisica e psichica della donna e meno rischiose per l’interruzione della gravidanza”.

Nonostante il ministro della Salute, Roberto Speranza, si sia attivato celermente richiedendo un nuovo parere al suo dicastero, affinché la pratica medica effettuata in day hospital rappresenti concretamente il pieno esercizio di un diritto e tuteli la salute psicofisica di chi lo faccia valere, il nodo della questione sembra essere un altro.

La salute della donna, fulcro della retorica di molti movimenti come pro-life o movimenti cattolici estremi, rappresenta solo l’ennesimo strumento per vanificare lo sforzo di ogni singola donna che abbia lottato nel corso degli ultimi cinquant’anni per vedere riconosciuto quel diritto all’autodeterminazione e che oggi fa paura a gran parte della collettività.
Un’esplicita difficoltà al riconoscimento dei valori fondanti una vera società civile.

Francesca Romana Giurgola
Francesca Romana Giurgola

La contaminazione sociale e culturale mi incuriosiscono da sempre. La conoscenza dei diritti di ogni essere umano è il motore della mia vita. Sono una consulente legale internazionale con una passione attiva per il sociale e diritti umani a cui piace scrivere di fatti e informazioni che riguardano il mondo legale, cercando di rendere agevole la loro comprensione a tutti.

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