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Caso e sincronicità, i due volti del tempo secondo Alessandro Orlandi

Flavia Salomone

Nella teoria della relatività non esiste un unico tempo assoluto, ma ogni singolo individuo ha una propria personale misura del tempo, che dipende da dove si trova e da come si sta muovendo.
(Stephen Hawking)

In questo ultimo periodo così complesso e nuovo una riflessione viene spontanea e forse anche d’obbligo sul senso del tempo. Tutti noi durante la quarantena abbiamo avuto un rapporto particolare con la dimensione “Tempo” che per la prima volta ha assunto significati e valori nuovi.

Il tempo appartiene all’uomo e l’uomo appartiene al tempo. C’è un tempo che scandisce i ritmi di sonno e di veglia e le alternanze delle stagioni; c’è un tempo che è armonia musica; c’è un tempo terreno “fisico” che scandisce gli eventi ed un tempo universale “celeste” che avvolge raccoglie inghiotte i suoi figli come la divinità greca Kronos; c’è un tempo che appartiene ad ogni singolo individuo un tempo intimo e un tempo collettivo esterno e condiviso. C’è un tempo umano e uno divino.

Il tempo sembra essere qualcosa che è esistito da sempre e che esisterà sempre. In sé racchiude il principio di eternità: il tempo era prima della vita e un Big Bang ha scandito un inizio…

Il Tempo è un qualcosa che ci accompagna sin dalle nostre origini. C’è un tempo infatti importante, prezioso come contenitore di eventi che è alla base dell’evoluzione. Non ci sarebbe evoluzione se non ci fosse il tempo a fissarne i mutamenti.

Ospite di questa chiacchierata sui volti del tempo, sulla sincronicità, sul caso, sul tempo umano e quello divino, sulla nostra percezione e sulla nostra conoscenza ed esperienza del tempo sarà Alessandro Orlandi, figura poliedrica saggista, musicista, matematico, editore, museologo… non necessariamente in questo ordine. E questa scelta è dettata dal fatto che proprio durante il lockdown è stato pubblicato per I Polifemi di Stamperia del Valentino il suo ultimo saggio I due volti del tempo. Su caso e sincronicità.

I due volti del tempo. Su Caso e Sincronicità, di A. Orlandi

I due volti del tempo è il suo ultimo saggio ed è uscito durante il lockdown. È stato un caso o una coincidenza?
Ho terminato di scrivere il libro alla fine di gennaio, quando ancora nulla lasciava presumere quel che sarebbe poi accaduto nel mondo, con il dilagare del Covid 19. Il mio saggio è uscito il giorno in cui è stato proclamato il lockdown, le librerie hanno subito chiuso e non è stata esattamente una fortuna per le vendite. Tuttavia il libro ha destato in seguito molto interesse. Direi, comunque, che si è trattato di un caso.

Già dal titolo si evince che il concetto tempo non è univoco ma duale. Esiste un tempo della scienza e una scienza del tempo?
Nel libro, a proposito del tempo, ho esordito ricordando le quattro tipologie di tempo di cui parlavano gli antichi greci: il Kronos, il tempo dell’accadere quotidiano che scandisce le nostre esistenze tra la nascita e la morte, il tempo ciclico; quindi l’Aiòn, il tempo sacro degli dei, che raggiungono rapidamente una condizione stabile con una metamorfosi narrata dai miti, e poi la mantengono per millenni.

L’Aiòn è il tempo dei cicli cosmici delle religioni orientali, che si misurano in decine o centinaia di migliaia di anni. Vishnu rapisce i suoi iniziati dal quieto scorrere del Kronos e li trascina nell’Aiòn, facendo loro vivere in un istante intere esistenze, per mostrare loro l’illusorietà e la caducità del tempo umano, in cui tutto è impermanente.

Certo, il contatto con il tempo degli dei (o con quello degli eroi e dei defunti, come nei viaggi nell’oltretomba di Ulisse, di Enea o di Dante) è un contatto pericoloso e inquietante, che cambia per sempre l’uomo che lo sperimenta. D’altra parte l’irruzione del tempo dell’Aiòn squarcia come un lampo il grigio e monotono accadere del Kronos e indica un nuovo sentiero a colui che lo sperimenta. Il mio libro cerca di illustrare come questo tipo di tempo sia stato adottato dalle religioni e dal pensiero “magico” di ogni epoca. Le irruzioni del tempo sacro nel tempo profano, le porte che si aprono tra tempo degli uomini e tempo degli déi, venivano chiamate dai greci “Suncronos”, affine al termine sincronicità, termine che invece indica due eventi il cui simultaneo verificarsi è significativo dal punto di vista simbolico, anche se poi i due eventi non sono collegati tra loro da alcun nesso causale.

I greci utilizzavano infine il termine Kairos per indicare l’attimo fuggente che può cambiare un’esistenza, l’occasione da afferrare al volo. Forse molti Suncronos potrebbero diventare anche Kairos, ma chi li sperimenta dovrebbe saperli riconoscere.

Il tempo della scienza apparentemente si occupa solo del Kronos e dei nessi di causa–effetto che è possibile stabilire tra fenomeni. Eppure l’idea di sincronicità è stata partorita da due scienziati: il premio Nobel per la fisica Wolfgang Pauli e lo psicanalista Carl Gustav Jung.

In effetti l’idea di tempo della fisica moderna è molto lontana da quella del senso comune: nel suo libro dedicato al tempo (L’Ordine del tempo, Adelphi editore) il fisico Carlo Rovelli osserva che il tempo non è unico per tutti gli osservatori, per un oggetto in movimento ha una durata diversa lungo ogni traiettoria a seconda del luogo, della velocità e della presenza di campi gravitazionali; che la differenza tra passato e futuro non è assoluta; che la nozione di “presente” in un dato istante è inapplicabile all’intero universo; che spazio e tempo hanno una natura “granulare” e non possono essere concepiti al di sotto di una certa scala minima; che il mondo non andrebbe concepito come costituito da “cose”, ma da eventi in continuo movimento.

Prima la termodinamica, con la sua idea di freccia del tempo irreversibile, poi la Teoria della Relatività di Einstein, l’Indeterminazione di Heisenberg e infine l’Entanglement hanno dato un colpo mortale all’illusione razionalista e deterministica del meccanicismo settecentesco di Laplace, che immaginava che un demone sufficientemente abile nel calcolo e informato sulle condizioni iniziali dell’Universo “in un dato istante”, avrebbe potuto predire tutti gli eventi futuri avvalendosi delle sole leggi fisiche.

L’elaborazione dell’idea di sincronicità nasce proprio dall’incontro tra l’idea che la fisica ha del tempo e della materia (Wolfgang Pauli sosteneva che il principio di complementarietà tra il comportamento ondulatorio e quello corpuscolare delle particelle elementari fosse analogo alla dualità tra coscienza e inconscio in psicologia) e “il tempo dell’anima”, che scaturiva dagli studi di Jung sulla psiche e il simbolismo alchemico. Si potrebbe quindi dire che il principio di sincronicità sia nato dall’incontro di due istanze opposte: quella di Pauli di dare un’anima al tempo della scienza e quella di Jung di dare una veste rigorosa e scientifica al tempo simbolico delle trasformazioni interiori.

Il suo libro parte da un episodio realmente accaduto: il 9 gennaio del 1449 si tenne a Milano, in piazza Sant’Ambrogio, la prima lotteria della storia, inventata da un banchiere per sostenere con gli introiti la Repubblica Ambrosiana nella guerra contro Venezia.
Da allora, il gioco si è diffuso in tutto il mondo. Secondo lei perché un atto così irrazionale, date le bassissime probabilità di vincere, ha tanta presa e qual è il fascino della dea bendata?

Un tempo si ricorreva al cosiddetto “giudizio di Dio” persino per decidere tra colpevolezza e innocenza nei processi per omicidio, se le prove erano incerte. Se la persona sotto processo sopravviveva a una dura prova fisica, questo avrebbe provato la sua innocenza. Oggi è evidente a chiunque che uscire vivi da una immersione di cinque minuti nelle acque gelate di un fiume non dipende dall’assenza di colpe, ma dalla fibra fisica e dalla capacità polmonare.

Credo che dietro il gioco della lotteria (e dietro molti giochi d’azzardo) ci sia un desiderio inconfessabile di sentirsi “speciali”, prescelti dal Fato, dagli déi, destinati a un glorioso avvenire, oltre che, naturalmente, la speranza di imboccare una scorciatoia e saltare a piè pari il laborioso impegno che accompagna i successi guadagnati. Nella mentalità calvinista, inoltre, il fatto stesso di essere ricchi e avere successo nel lavoro è, agli occhi degli altri, una prova inequivocabile del favore divino.

È quindi comprensibile una certa ansia di dimostrare al mondo (e a sè stessi) che si gode di tale favore. Tornando alle lotterie, la lotteria americana “Powerball” ha una probabilità di vincita che si aggira attorno a 1/185.000.000. Come biasimare l’eventuale vincitore, se si sente miracolato?

Nell’immaginario dei più quanto è attribuibile al caso e quanto alle coincidenze?
Dobbiamo anzitutto liberare il campo da un luogo comune che le sette New Age considerano un dogma, cioè “nulla avviene per caso” e dal suo gemello riduzionista: “tutto avviene per caso”. Affermazioni come queste non hanno evidentemente senso (come del resto la proposizione “tutto è relativo”).

Se veramente nulla avvenisse per caso, solo la mente divina potrebbe essere consapevole dei nessi che collegano gli eventi, quindi l’affermazione sarebbe comunque inverificabile e del tutto inutile nella vita pratica. È invece molto interessante chiedersi cosa contribuisca a rendere tale una coincidenza agli occhi di chi la sperimenta.

Sgombrato il campo dalle allucinazioni, da eventuali tendenze paranoidi dell’osservatore, dal suo eventuale egocentrismo e dai pregiudizi religiosi, le esperienze che sopravvivono a questa selezione devono avere la caratteristica di essere particolarmente improbabili e avvenire in un contesto che le rende memorabili. Come quando nomino un amico che non vedevo da 10 anni, giro l’angolo e mi scontro con lui. Tuttavia le coincidenze, così intese, appaiono come eventi casuali particolarmente improbabili, e nulla giustifica la creazione di una privilegiata categoria mentale per descriverli. Tra miliardi di eventi casuali che si producono, qualcuno sarà per forza improbabile, o improbabilissimo, così come tra milioni di biglietti della lotteria acquistati, uno per forza dovrà vincere, dato che l’estrazione del biglietto vincente riguarda matrici di biglietti venduti.

Ciò che rende le coincidenze, così intese, memorabili, è il nostro averle notate tra milioni di altri eventi passati inosservati, alcuni dei quali erano forse ancor più improbabili, ma sono appassiti nell’oscurità, come quadrifogli in un prato che nessuno ha mai notato e raccolto.

L’idea di sincronicità contiene invece qualcosa che la differenzia sostanzialmente dal verificarsi di un evento improbabile. Due eventi sono da ritenersi sincronici se si verificano del tutto indipendentemente l’uno dall’altro, eppure il loro simultaneo verificarsi ha una potenza semantica, simbolica così forte, da non poter essere ignorata da chi li sperimenta.

Al centro della scena non c’è dunque l’improbabilità di ciò che è avvenuto, ma il fatto che i due eventi, verificandosi simultaneamente, generano un terzo evento, la loro sincronicità, che costituisce il fatto veramente rilevante per chi osserva. In linguaggio laico e moderno, è l’esatto equivalente di quel che era l’incontro tra il Kronos e l’Aiòn per il mondo antico.

Si tratta di un’idea soggettiva? Senz’altro sì, cogliere una risonanza simbolica tra due eventi dipende comunque dal livello di coscienza e consapevolezza di chi osserva.
Il termine “simbolo” nasce dall’usanza greca di spezzare in due un pezzo di terracotta, il symbolon, in occasione di una lunga separazione dovuta, ad esempio, ad un viaggio. Al suo ritorno il viaggiatore poteva dimostrare la propria identità, riunendo il suo frammento con l’altro, magari in possesso di uno sconosciuto, mostrando che il suo frammento combaciava perfettamente con quello di chi era rimasto in Patria.

Questo uso del symbolon poteva riguardare anche un emissario della persona lontana che, recando da parte sua un messaggio o una importante disposizione, aveva modo attraverso il symbolon di dimostrare la propria identità e la legittimità della richiesta o l’autenticità del messaggio, insomma, di non essere un impostore.

Ebbene, per estensione del significato del symbolon e dello stesso verbo symballo, “riunire”, il simbolo è anche ogni oggetto materiale – o segno grafico – persino un racconto o un mito – che abbiano un senso compiuto materiale e concreto e che ne abbiano anche uno sottile, che rimandi all’attività superiore della coscienza.

Allora la funzione del simbolo sarà quella di “riunire ciò che è disperso” (nella consapevolezza, nella coscienza umana), riunendo il frammento materiale e quello spirituale, creando un ponte che unisca il piano materiale e visibile con quello sottile e invisibile.

L’azione del simbolo, per chi non ne percepisca la profondità e l’estensione, sarà inesistente. Spesso, invece, in quanto catalizzatore, il simbolo richiama a sé realtà affini e accomuna persone affini. Tuttavia, per chi osservi soltanto l’effetto finale della sua azione, ma non ne percepisca le modalità, né la portata, il simbolo appare irrilevante e i suoi effetti sono percepiti come “coincidenze”.

Ci imbattiamo ora in un bivio: il verificarsi simultaneo di due eventi potrebbe essere vissuto come una “sincronicità” da chi ha una percezione “verticale” dei simboli, e venire invece interpretato come coincidenza da chi quella percezione non ce l’ha. Inoltre, per la stessa natura dei fenomeni “sincronici”, essi non sono evidentemente riproducibili in date condizioni di laboratorio e tantomeno falsificabili. È quindi evidente che l’idea di sincronicità tra fenomeni non può, né potrà mai, far parte della Scienza. Dai suoi detrattori l’idea di sincronicità potrà essere assimilata alla superstizione o alla mitomania; dai suoi sostenitori, all’unico modo possibile per “dare un’anima” alla scienza e legittimità alla possibilità che abbia ragione Amleto quando, rivolto ad Orazio, gli dice: “There are more things in heaven and earth, Horatio, than are dreamt of in your philosophy”.

Può dirci che rapporto ha lei generalmente con il tempo e se e come è cambiato durante la quarantena e qual è la sua percezione attuale?
In generale, e in particolare durante la quarantena, ho sperimentato la verità di quel racconto di Borges (Il miracolo segreto, in Finzioni) in cui un condannato a morte dilata a dismisura il tempo, sperimentando centinaia di esecuzioni nelle circostanze più atroci, esecuzioni che evoca perché, una volta immaginate, non debbano poi accadere nella realtà. Inoltre il condannato, per finire la più bella delle sue tragedie, a cui stava lavorando prima dell’esecuzione, dilata ancora il tempo trasformando il quarto d’ora che gli è rimasto a disposizione in un intero anno.

Nell’immaginare sia circostanze positive che negative, la nostra coscienza ha la facoltà di dilatare e restringere all’infinito il senso soggettivo della durata del tempo, facoltà che naturalmente l’isolamento della quarantena ha potenziato. Per ciò che mi riguarda, al positivo sono nate nuove canzoni e l’idea di un nuovo progetto musicale, al negativo, per differenza, la percezione che lo scorrere del tempo che riguarda tutti noi stia subendo una accelerazione sempre più forte e che le nostre vite stiano precipitando a velocità folle verso la loro conclusione, un giorno, un mese, un anno dopo l’altro. Almeno per ciò che riguarda me, l’impulso di chiedere al conducente di questo treno impazzito di rallentare un poco è fortissimo.

Torniamo al concetto di caso e sincronicità. C’è qualche aneddoto curioso della sua vita che può essere legato al Fato e uno alla sincronicità?
Alla fine del mio libro ne racconto alcuni, tutti riferiti alla sincronicità.

Per ciò che riguarda il Fato, quando avevo diciotto anni ho fatto un sogno vivido, di quelli che al risveglio rimangono durevolmente impressi nella memoria. Una principessa in abiti medievali, con il classico cappello a cono, mi chiamava per consegnarmi le marionette di tre guerrieri, simili ai burattini siciliani dell’Opera dei pupi, uno di bronzo, uno d’argento e uno d’oro.

“Consegnerai il guerriero di bronzo all’Università di Pisa”, mi diceva la principessa e, in effetti, alcuni anni dopo il sogno, subito dopo essermi laureato in matematica, il mio primo lavoro fu come borsista Cnr presso l’Università di Pisa.

“Poi porterai il guerriero d’argento al liceo V. di Roma”, proseguiva, “e lo metterai nel suo museo”. In effetti, quindici anni dopo il sogno vinsi un concorso a cattedra e andai ad insegnare matematica e fisica nel liceo dove avevo studiato, occupandomi anche, per quasi 20 anni, del restauro e dell’allestimento del museo scientifico della scuola.

Infine la principessa mi consegnava il guerriero d’oro e mi diceva che quel guerriero si sarebbe occupato di carta e di libri, “vedo migliaia di libri”, erano le sue parole, e questo corrisponde con il mio attuale lavoro di scrittore ed editore. Può essere benissimo che il Fato non c’entri e che l’intera mia vita sia stata condizionata da quel sogno, ma alcuni degli eventi che hanno segnato la mia vita lavorativa non sono dipesi (né potevano dipendere) da mie scelte, eppure erano stati “previsti” da quel sogno.

Per finire, uno degli eventi “sincronici” che mi sono capitati.
Alla fine degli anni ’70, dopo essermi laureato in Matematica alla Sapienza di Roma, vinsi una borsa di studio Cnr in Geometria differenziale all’Università di Pisa. A me e a un altro ricercatore, R.P., fu affidata una ricerca, basata su alcune congetture mai dimostrate, con il compito di arrivare a risultati concreti.

Dopo quasi due anni eravamo a un punto morto e brancolavamo nel buio. Pur avendo approfondito praticamente tutta la letteratura esistente sull’argomento, ci eravamo arenati su alcune questioni tecniche fondamentali.

Quel giorno camminavamo nel corridoio della biblioteca matematica della Normale di Pisa, tra gli alti scaffali colmi di libri, rammaricandoci di non aver ancora ottenuto nessun vero risultato.
R.P. mi faceva notare che forse era il caso di rinunciare a quella ricerca e cambiare completamente argomento. Quasi volendo sottolineare le sue parole, detti un colpo a uno degli scaffali esclamando: “Hai ragione, non ce la faremo mai!”.

L’urto della mia mano fece vacillare lo scaffale, alto almeno due metri e mezzo, e uno dei libri che si trovavano sulla sommità, una miscellanea di vecchi lavori degli anni ’60, cadde a terra, aprendosi su due pagine a caso. Raccogliendo il volume leggemmo distrattamente il contenuto di quelle pagine: si trattava dell’articolo di Francis Fabricius Bjerre, un matematico danese che nessuno di noi aveva mai sentito nominare. Colpo di scena: lo scritto conteneva praticamente tutte le risposte alle questioni matematiche che ci tenevano in sospeso da due anni, pur non affrontando esplicitamente il nostro specifico problema.

Grazie a questa scoperta, pubblicammo insieme alcuni articoli per l’Università di Pisa, risolvendo positivamente (devo dirlo, soprattutto grazie all’abilità matematica di R.P.) tutte le congetture che ci erano state sottoposte. R.P. pubblicò in seguito altri articoli su importanti riviste scientifiche, poi le nostre carriere si differenziarono: lui vinse una cattedra di Geometria all’Università di Roma e io insegnai per molti anni Matematica e Fisica in un liceo romano e mi occupai di museologia scientifica.

Flavia Salomone
Flavia Salomone

Vive e lavora a Roma. Biologa e antropologa fisica, dopo la laurea in Biologia a indirizzo Antropologico, si è dedicata per alcuni anni alla ricerca nel campo della biologia delle popolazioni del passato. Autrice di numerose pubblicazioni scientifiche, ultimamente con Edizioni Espera ha pubblicato due testi divulgativi per ragazzi sull’evoluzione dell’uomo “C’era una volta Homo” e “Sulle tracce dei nostri antenati in Italia”. Di lei dicono che faccia parlare i fossili.

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