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Il segreto della pietra leccese nel Salento

Com’è composta la pietra leccese?

La roccia di cui è composta la penisola salentina, e in particolare la pietra leccese, è un insieme di sedimenti vecchi milioni di anni depositati su un fondale marino. Con movimenti tettonici tuttora in corso, la roccia è riemersa dal mare. Col passare del tempo e con il peso che è andato via via accumulandosi, il fondale marino si è compattato, cementato e diagenizzato (ha subìto, cioè, una diagenesi, un processo chimico-fisico che permette il passaggio di un sedimento in una roccia cosiddetta “coerente”). Alla fine di questo lungo processo si è formata una roccia caratterizzata da compattezza, purezza e malleabilità (grazie alla presenza di argilla). Questa roccia è composta da calcari detritici, a volte relativamente friabili. La grana risulta uniforme e medio-fine, con una colorazione variabile dal classico giallo a varie tonalità di verde (per la presenza di glauconite, molto presente in una tipologia di roccia particolare, il piromafo). È frequente ritrovare all’interno delle rocce alcuni macrofossili, come i molluschi lamellibranchi (soprattutto pettinidi), gli echinodermi come le stelle e soprattutto i ricci di mare (spatangidi), talvolta anche denti di squalo.

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Esempio di bioturbazioni nella pietra leccese

Le bioturbazioni nella pietra leccese

Un’altra caratteristica delle rocce leccesi sono le bioturbazioni, dei tunnel scavati nel sedimento all’epoca della sua deposizione da parte di alcuni molluschi, oramai estinti, che come i loro cugini ancora in vita, i lombrichi, ingerivano il sedimento in cerca di sostanze organiche con cui nutrirsi. La loro presenza è manifestata da solchi cilindrici visibili a occhio nudo, che rendono le rocce più esposte all’erosione, degrado favorito anche dalla disgregazione del carbonato di calcio per effetto delle piogge acide. L’effetto ai nostri occhi e al tatto assomiglia a uno sgretolamento.

I fossili nella pietra leccese

Altri fossili caratterizzanti delle rocce salentine sono alcuni bivalvi, molluschi o crostacei (Arctica, ma solo nei livelli più recenti, dove può dar luogo a “nidi”, Chlamys, Dosinia, Equipecten, Flabellipecten, Glossus, Ostrea, Pecten, Venus, tra gli altri), gasteropodi, scafopodi, brachiopodi, echinidi, balanidi, anellidi (Ditrupa può presentarsi molto concentrata), coralli isolati, briozoi, alghe, ittioliti, crostacei.

La pietra protagonista del barocco leccese

Dal punto di vista storico, la duttilità e la facile lavorazione delle rocce della provincia di Lecce hanno permesso la nascita di scuole di scultori locali, abili nel lavorare questo tipo di roccia per la realizzazione di edifici e monumenti. L’esplosione decorativa di questa pietra è dovuta alla sua possibilità d’intaglio e alla caratteristica capacità di indursi col tempo e assumere una tonalità calda simile al miele che tutti apprezzano. Il barocco leccese è riconoscibile per le sue sgargianti decorazioni che caratterizzano i rivestimenti degli edifici. Bisogna ricordare che il sottosuolo salentino è ricco di acqua dolce. Infatti l’assetto idrogeologico del Leccese è contraddistinto dalla presenza di un’ampia falda profonda. Come già accennato prima, la roccia di cui è composto il territorio è di formazione calcarea, che geologicamente ha la caratteristica di essere permeabile per fessurazione e carsismo. Le fessurazioni sono dovute a movimenti tettonici che ha subìto l’area sin dalla sua emersione dal fondale oceanico (si pensi che nel solo 2017 l’INGV ha contato i terremoti sul territorio italiano, 44.459, e nelle zone limitrofe; con una media di oltre 120 eventi al giorno, 5 ogni ora).

Il fenomeno del carsismo

Il carsismo è l’attività erosiva di origine chimica esercitata dall’acqua sulla roccia calcarea. Con il passare del tempo, dunque, l’acqua tenderà a sciogliere la roccia non ben coibentata oppure perché formata in aree in cui la presenza di movimenti tettonici ha creato piccole fratture. Questo comporta che il sottosuolo salentino, posto tra due mari, sia totalmente attraversato dal mare stesso, in un vero e proprio collegamento idraulico sotterraneo tra le acque del Mar Ionio e quelle dell’Adriatico. L’acqua dolce presente nel sottosuolo per via di una sua densità più bassa rispetto a quella marina, galleggia su quest’ultima (falda profonda). Ciò dà origine a un fenomeno di stratificazione dell’acqua in base alla sua salinità che, in condizioni di equilibrio idrogeologico, si mantiene abbastanza stabile. Nel sottosuolo e soprattutto nelle rocce di formazione più recenti, (intorno al Cretaceo superiore, all’incirca 65 milioni di anni fa  si sono create sacche di acqua a volte molto vicine al suolo (falda superficiale) per via di depositi di argilla o per via di stratificazioni più compatte o per presenza di terreni pressoché impermeabili.

Le acque sotterranee

La falda profonda è posta poco al di sopra della quota del livello marino nella nostra penisola. Circondata dal mare su tre lati, questa si innalza verticalmente, lontano dalle coste, formando una lente con spessori maggiori nella parte centrale. Qui si sarà formata una penisola di acqua dolce adagiata su quella salata di intrusione marina. Per cercare dell’acqua nel sottosuolo, quindi, basta scavare per una profondità al massimo 4-5 metri sopra il livello del mare nelle aree più interne. La presenza di un territorio non perfettamente omogeneo, e la differenza della natura della permeabilità ha localmente determinato delle situazioni particolari che partecipano a rendere più complesso e diversificato l’assetto idrogeologico del Salento. Ma comunque si può affermare che la falda è contenuta all’interno della roccia e galleggia lungo tutta la sua estensione sull’acqua di mare anch’essa intrusiva.

La falda tra Ionio e Adriatico

Lo spartiacque sotterraneo tra il settore ionico e quello adriatico è situato nella parte centrale della penisola e risulta essere di poco spostato verso il mare. Queste condizioni geologiche caratterizzano soprattutto il settore orientale del Salento, per l’esistenza di una spessa sequenza di depositi calcarenitici a grana fine, di età miocenica: la pietra leccese.

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Aree identificate nel Piano Territoriale delle Acque nel Salento

L’acquifero carsico salentino

L’acquifero carsico salentino può quindi suddividersi in due settori principali: quello centro-occidentale, dove i calcari mesozoici affiorano con maggiore continuità, e quello orientale, dove i calcari sono confinati a notevoli profondità da una spessa copertura di rocce prevalentemente calcarenitiche, poco permeabili. Nell’attuale Piano per la tutela delle acque (PTA) l’acquifero profondo è interessato da processi di intrusione salina tanto che esso viene caratterizzato in tre fasce (come si vede nell’immagine):

1. Zona di contaminazione salina (che prende la totalità delle aree costiere estendendosi per diversi chilometri nell’entroterra), aree con il retino puntinato;
2. Zona di tutela quali-quantitativa (che riguarda gran parte delle aree interne), aree con il retino a righe parallele;
3. Aree non perimetrate e che definiscono zone di buon grado quali-quantitativo delle acque (corrispondono a limitate zone interne della penisola), aree bianche.

Francesco Castorini

Sono nato nel 1980 e vivo a Lecce, dove mi sono laureato in Scienze e Tecnologie per l’Ambiente e poi in Valutazione d’Impatto e Certificazione Ambientale. Qui lavoro all’Asl al Centro Salute e Ambiente e mi occupo di salute globale. Sono stato presidente del Coordinamento Nazionale degli Studenti (CNS) e dell’Associazione Nazionale Scienze Ambientali (AISA).

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