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Le vostre domande

Perché adottare un cane?

Francesco Castorini

Il nostro collaboratore Francesco Castorini, tecnico ambientale, ha voluto condividere con noi, sotto forma di lettera, la sua esperienza come padrone del boxer Martino. Una storia che risponde ad alcuni quesiti tipici sui cani e che tenta anche di rispondere alla domanda delle domande: perché prendere un cane? La pubblichiamo integralmente perché ce ne siamo innamorati. 

Gentile Redazione di Sinapsimag,

ispirato dal vostro articolo sulla pet therapy, ho pensato di proporvi la mia risposta alla domanda: perché prendere un cane?

Sono un tecnico ambientale e un appassionato di ecologia, perciò me lo sono chiesto tante volte, ma non credo di saper dare una vera risposta. È più facile raccontarvi di come un boxer coccolosissimo sia entrato nella mia vita e magari la risposta verrà fuori da sola.

Ho un caro amico di nome Andrea, detto “Lo zio”, il quale ha una cagnetta di nome Ambra, che vive nel suo bilocale tra il giardino e il divano di un piccolo condominio alla periferia di Lecce. Lo zio lavora come informatico e fa soprattutto turni di notte. Ambra l’ho conosciuta che aveva quattro mesi ed è tuttora bellissima, tigrata e piena di energie, e adora sopra ogni cosa il suo “papà”, sebbene i due non si vedano spesso.

Andrea a volte era costretto a viaggiare, e io in quanto amico e vicino di casa, avevo le chiavi della sua abitazione. Capitava quindi che in quei giorni mi prendessi cura di lei, occupandomi delle passeggiate, del cibo e delle pulizie. Dopo qualche anno, Ambra iniziò a manifestare i suoi primi istinti riproduttivi. Aveva conosciuto uno spasimante dal petto villoso, “Pippi”; con lui scoccò la scintilla e Ambra rimase incinta. Andrea, felice, mi chiamò per obbligarmi, sempre in quanto amico e vicino di casa, a prendermi uno dei suoi figli.

Ero molto impaurito: «Un cane? Come faccio?». Avevo una vita scombinata, e anche se mi ero laureato da poco volevo continuare a condurre una vita da universitario. C’erano giorni in cui non uscivo di casa e giorni in cui non ci tornavo proprio. Non avevo un appartamento tutto per me, ma solo una stanza. Però, avevo conosciuto da poco una ragazza dai capelli ricci e biondi, Margherita, e senza capire il come e il quando avevamo deciso di stare insieme, in una grande stanza singola della periferia leccese… con un cane in arrivo.

Finché si è trattato di occuparmi solo di me, sono sempre riuscito ad arrangiarmi: un pranzo o una cena si organizzano facilmente, e spesso mi capitava di dormire dagli amici, anche per più giorni consecutivi, ma con un cane a carico avrei dovuto darmi una regolata, non credete? E se avessi iniziato a lavorare, avrei dovuto lasciarlo da solo? Mi pareva di condannarlo a una vitaccia di solitudine. Ero terrorizzato e avevo un sacco di dubbi, tra cui il fatto di dovermi organizzare per farlo uscire almeno tre volte al giorno per il suo benessere.

Insomma, intuivo che prendersi cura di un essere vivente era una responsabilità forte. Ho però un’indole che mi porta sempre ad accettare con entusiasmo sfide e cambiamenti, e poi da piccolo avevo avuto già due cani nella casa dei miei: Flipper, un cane pomisi (in dialetto salentino è un meticcio) e Ulisse, un pastore tedesco. Loro avevano il giardino da difendere, gli uccelli da allontanare e le loro pennichelle da fare, e io non ero che il loro passatempo.

Con il nuovo arrivato non sarebbe stato lo stesso: avrei dovuto insegnargli a obbedirmi, e sarei dovuto riuscire a farmi capire da un essere vivente che non ha il dono della parola. I cani, infatti, utilizzano principalmente l’olfatto per scoprire il mondo, e proprio per questo annusano quelle parti del corpo che hanno un odore più intenso. D’estate, per esempio, tendono spesso a leccare le mani e i piedi sudati, perché hanno un organo vomero-nasale che serve a decodificare i feromoni presenti, per esempio, nel nostro sudore, gli stessi che caratterizzano anche il nostro stato d’animo, impercettibili per noi ma non per loro.

Margherita era contentissima dell’arrivo del nostro ospite. Aveva avuto un cane durante i suoi anni universitari, un pastore tedesco di nome Orlando. Ma aveva faticato a stargli dietro. Avventure, dispetti e casini vari erano all’ordine del giorno. Lo aveva preso da un’associazione che trovava una casa ai cani abbandonati. Orlando era terrorizzato e insicuro proprio perché aveva avuto questa terribile esperienza: Ogni volta che veniva lasciato solo, svuotava gli armadi, grattava le porte e ribaltava i secchi dell’immondizia, talvolta lasciava anche dei ricordini nella doccia o assaltava la cucina. Ma ce l’ha fatta: ora è un cane “equilibrato” ed educato e spero non ricordi più che un tempo nessuno lo voleva.

Con naturalezza, insomma, Margherita aveva accettato l’idea di un nuovo cane e mi aveva detto: «Sì, dài, prendiamolo!». Oddio, ero il solo ad avere fortissimi dubbi. Così, siamo andati a trovare Ambra dopo il parto con i suoi cinque cuccioli. La piccola aveva perso peso per il parto ed era visibilmente preoccupata dalla presenza di tante persone intorno ai suoi cuccioli.

L’istinto materno è una cosa fantastica, anche nei cani: Ambra aveva faticato tanto nel parto, ed era sfinita e impaurita. Aveva mangiato la placenta per rifocillarsi, perché è ricca di sostanze nutritive: contiene ossitocina e prostaglandine che aiutano l’utero a tornare alle dimensioni normali; alleviano lo stress e stimolano la produzione del latte. Lei che era sempre restia ad essere coccolata, adesso desiderava tutte le attenzioni possibili. Era come se volesse condividere ciò che le era successo, ma allo stesso tempo era estremamente guardinga: se uno di noi si avvicinava troppo ai cuccioli o li toccava, lei partiva in quarta e si metteva in mezzo tra i piccoli e gli altri.

I cuccioli: li guardavamo tutti come se fossero dei peluche di pochi centimetri. Tutti piccoli e dai colori diversi. Tre erano tigrati e con qualche “calzino”, le zampette dei colori diversi da quelli del resto del corpo, uno fulvo e uno tutto tigrato. Tutti avevano il petto chiazzato di bianco. Margherita voleva questo, voleva quello, forse li avrebbe voluti tutti.

La presenza di un cane innesca un feedback neurochimico e psicologico nel suo padrone (ma anche nello stesso animale), con una forte produzione di ossitocina (già citata) e dopamina, quest’ultima nota anche come ormone dell’euforia, prodotta dall’ipotalamo e rilasciata durante le situazioni piacevoli, come il sesso. Al di là di qualsiasi pensiero stiate facendo ora, sappiate che la produzione di dopamina migliora la memoria, l’attenzione, la cognizione, l’apprendimento, il sonno, l’umore e soprattutto allevia il dolore anche del mal di testa. Insomma, un cucciolo è un dono importante che facciamo a noi stessi, anzitutto. Proprio per questo Andrea non voleva venderli, anzi. Voleva, però, che i futuri proprietari fossero persone che avrebbero amato il loro fruscolo come lui amava Ambra.

Il 27 luglio 2015 il piccoletto è entrato nella nostra vita. All’improvviso, eppure lentamente. Era minuscolo, tigrato, intraprendente e anche un po’ prepotente. Era il più piccolo della cucciolata e guardandolo quand’era coi fratelli si capiva bene che per arrivare a mangiare doveva lottare, e aveva tanto lottato in quei pochi giorni di vita nella cucciolata. Lui non si tirava indietro, anche se i suoi fratelli erano molto più grandi e più grossi di lui.

Ero impacciatissimo, perché ormai avevo consolidato tante fobie come quella di lavarmi le mani ogni volta che toccavo un animale, e non ero più abituato ad accarezzare un cane come si deve, lo sfioravo soltanto. Margherita invece no, lei si sedeva e se lo faceva anche salire addosso. Ma allo stesso tempo era determinata: mi ha insegnato che devo sforzarmi di tenere un atteggiamento severo: il no deve poter rimanere no. Anche se vorresti dire sì. Lui era accorto e avventuriero, non era timido, esplorava casa, giocava con ogni oggetto. Si scatenava come è normale per i cuccioli, e cercava spesso di imporsi, in cerca di un limite che spettava a me stabilire.

E come lo avremmo chiamato, poi? Abbiamo aspettato qualche giorno e poi abbiamo trovato un nome che ci piaceva tanto: Martino!
Certo, si sa che quando parliamo dei nostri giovani rampolli a quattro zampe, io e (spero) tanti altri proprietari ci facciamo prendere un po’ la mano con i soprannomi: Pacho, Luca(ne), Questocane, e altri che non posso riferire, erano quelli che man mano coniavo per il mio piccolo. Ma si diventa sempre più scemi quando si è felici. Un amico a quattro zampe mette allegria: stargli vicino, vederlo sempre attento a ogni tua mossa… Io ero scemo già da prima, grazie a Martino questa mia peculiarità è adesso all’ennesima potenza.

Ora passo il tempo a giocare con lui, usciamo e parliamo camminando, cioè io parlo, ma lui a suo modo mi comprende, lo accarezzo come piace a lui e ho capito che quel modo di fargli le coccole piace anche a me. Certo, dopo vado subito a lavarmi le mani, ci mancherebbe: certe sane fobie non si perdono mai.

Una cosa è sicura: ora sono più felice. Cioè, non so perché ho preso un cane ma dovreste prenderne uno anche voi.

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Francesco Castorini

Sono nato nel 1980 e vivo a Lecce, dove mi sono laureato in Scienze e Tecnologie per l’Ambiente e poi in Valutazione d’Impatto e Certificazione Ambientale. Qui lavoro all’Asl al Centro Salute e Ambiente e mi occupo di salute globale. Sono stato presidente del Coordinamento Nazionale degli Studenti (CNS) e dell’Associazione Nazionale Scienze Ambientali (AISA).

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