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La politica italiana affossa la ricerca. Perché? – Osservazione

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A giudicare dalle parole del ministro Salvini ospite di “Alla Lavagna” su Raitre, anche se dette quasi per scherzo, questo governo non ama la cultura, men che meno la divulgazione scientifica. Non che i governi precedenti abbiano brillato per interesse nella crescita di questo Paese, da una ventina d’anni a questa parte, e dunque nel finanziamento dell’università, della ricerca e della cultura. Di questo abbiamo parlato con il professore Forges Davanzati questa settimana.

Questo governo, però, sta realizzando un assembramento di stranezze che sembra accarezzare sulla pancia la maggioranza di una nazione in apparenza interessata solo al presente.

Per la serie “prendiamoli da piccoli”, consideriamo le frasi del ministro dell’Interno nella succitata trasmissione: «Dovete essere curiosi, leggete tanto, poi però qualche bugia scappa. Mio figlio sta facendo la seconda liceo, in classe è sempre stato bravo e ha sempre avuto ottimi voti, ma io gli ho detto che ogni tanto qualche bugia o qualche copiatina ci sta».

Va bene, alla cultura popolare (italiana) i primi della classe stanno antipatici:”Hai presente il primo della classe/Quello che da grande non pagherà le tasse?” canta Fabrizio Moro in un suo cavallo di battaglia. Probabilmente ha ragione, ma la convinzione di Salvini deve essere alla base della scelta di rimuovere Roberto Battiston dalla presidenza dell’Agenzia spaziale italiana (Asi).

E un po’ per questo dev’essere partita l’idea dei Cinquestelle di istituire commissioni che controllino la divulgazione scientifica in generale e in Rai in particolare. A proposito di divulgazione, la proposta è salita all’onore delle cronache per essere stata “chiaramente” spiegata dalla ministra per il Sud, Barbara Lezzi.

Non fa niente se gli italiani cresceranno ignoranti. Secondo i dati Istat i laureati in Italia sono già soltanto meno del 20% della popolazione, penultimi in Europa. Non nella zona Ocse, ma in tutta l’Europa.

Per questo motivo i governi che si succedono perseguono obiettivi elettorali e per questo motivo questo governo ritiene più importante fare figli e risollevare il saldo demografico davvero tragico che l’Italia esprime da qualche decennio, che non farà che peggiorare se si proseguiranno le politiche persecutorie e inconcludenti sugli immigrati, vero nodo gordiano della propaganda di Salvini (A proposito: è proprio vero che “gli immigrati ci rubano il lavoro?”).

Produrre figli per far cosa, eccellere nella cultura? Direi di no, date le premesse, cioè l’assenza totale di investimenti in questo settore. Rinforzare la capacità produttiva? Direi di sì se questo Paese fosse ancora una potenza nella produzione, ma così non è. E allora? L’unica è quella di stimolare i consumi, nella solita ottica del qui e dell’ora.

Risollevare il saldo demografico: poche settimane fa ha destato l’ilarità di mezza Italia la proposta inserita nella Legge di Bilancio di assegnare per un periodo di almeno vent’anni un terreno pubblico o abbandonato alle famiglie del Sud (esatto, i soliti terroni), misura che ridurrebbe anche l’enorme dato della disoccupazione giovanile in questo territorio. Se la questione meridionale era stata messa sotto il tappeto, in questo modo stiamo scavando per seppellirla in una buca, aspettando alluvioni e conseguenti frane.

Ma è proprio questo quello che serve al Sud? Nonostante la scarsa percentuale di laureati, nonostante i livelli di disoccupazione, nonostante la demografia eloquente, i dati di Almalaurea e Svimez ci ricordano che un quarto dei diplomati del Sud (il 23.9 per cento) va al Nord per studiare all’università. E chi compie questo viaggio è in genere qualcuno che ha almeno un genitore laureato (il 36,1 per cento) e un voto al diploma di 83/100 di media. Non solo una questione di quantità, ma anche di qualità, insomma.

Non è finita qui: chi sceglie di andare al Nord lo fa perché la percentuale di laureati che trovano un’occupazione entro un anno dalla laurea è pari al 65 per cento contro il 47 per cento del Sud. Il paradosso di questo discorso, per tornare alla terra dei “terroni” è che la disoccupazione riguarda in particolar modo la facoltà di Agraria: accorpata a Insegnamento ed Educazione fisica il divario occupazionale tocca i 25 punti percentuali a scapito del Sud.

Come si traduce tutto questo? Con un saldo della migrazione intellettuale del Sud verso il Nord che ammonta a duecentomila laureati in meno al Sud, che vanno a produrre reddito al Nord per un ammontare stimato di 30 miliardi di euro.

Nella prospettiva che l’Italia cresca davvero e in ogni area geografica, bisognerebbe immaginarla come una nazione capace di liberarsi dal fardello dell’ignoranza. Non per andare a produrre figli e zappare senza criterio, almeno al Sud.

Forse il vero incentivo per l’incremento demografico è investire sulla crescita dei settori culturali, della ricerca a trecentosessanta gradi, cara ministra Lezzi, fino all’innovazione. Altrimenti qualche bugia e una copiatina e la giornata la sfanghiamo. Ma solo quella.

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Andrea Aufieri

Cerco di coltivare una curiosità basilare per questo mestiere. Lavoro con le parole e con i dati, sono il direttore di Sinapsimag e mi interessano molto le dinamiche sociali legate al progresso scientifico. andreaufieri.it

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