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Distanziamento fisico e movida, che fare?

La voglia di socialità e convivialità appartenenti al gene umano esplodono sempre con l’arrivo dell’estate. La fine del lockdown non è riuscita a tenere a bada numerosissimi cittadini che, all’apertura dei locali, si sono fatti trovare pronti per la movida.

Dal 18 maggio, giornata in cui si è dato inizio alla fase 2, fino a oggi, oltre a essere stati numerosi i ricongiungimenti di amici, colleghi e parenti attorno a un tavolo per la condivisione di un pranzo, una cena o anche solo un aperitivo, sono state altrettanto numerose le multe fioccate a causa di assembramenti.

Ancora non appare chiaro quali siano le motivazioni fondanti l’insorgere di una multa, o meglio dire, quale sia la linea di confine tra la legalità e l’illegalità. Conditio sine qua non perché si possa tornare a frequentare locali, bar, ristoranti, tavole calde, insomma, la cosiddetta movida, è l’imperante distanziamento sociale, a cui sono obbligati non solo i commensali ma anche, e soprattutto, i gestori.

Come si definisce il distanziamento fisico?

Il nuovo DPCM 17 Maggio 2020, mantiene il divieto di assembramento il cui infrangimento rimanda all’applicazione di una sanzione amministrativa che va dai 400 ai 3000€ (cosi stabilito nel decreto Cura Italia D.L. 17 marzo 2020, n. 18) con possibilità di incremento fino alla metà in caso di reiteramento. Stando all’assenza di una definizione univoca nel decreto, l’assembramento si verificherebbe anche quando due sole persone si trovino a una distanza inferiore di un metro nei luoghi pubblici e a condividere un tavolo posto a una distanza di due metri da un altro, all’interno o all’esterno degli esercizi di somministrazione di cibo e bevande. Ma supponiamo che, nonostante tutte le precauzioni necessarie, a un certo punto la situazione sfugga di mano e si creino assembramenti (come è successo nelle scorse settimane nella movida pugliese, o quella milanese), su chi ricade la responsabilità del divieto infranto? Anche in questo caso, il decreto è carente di precise indicazioni. Sul decreto si legge chiaramente che la sanzione viene erogata tanto al cittadino assembrante, quanto al gestore che accoglie l’assembramento.

Come avviene la denuncia per assembramento?

Il decreto rimanda alla responsabilità civica di ogni individuo, incluso anche il gestore del locale, i quali sostanzialmente dovrebbero chiamare le forze dell’ordine e informare che vi è un assembramento in corso. In più, alcuni comuni, come quello di Roma, hanno attivato una procedura online – Sus, Sistema unico di segnalazione – che permette di compilare un form, attraverso il quale, fornendo i dettagli della fattispecie incriminante come luogo, numero di persone e tipologia di assembramento, si procede a segnalare direttamente alle autorità competenti, quanto sta accadendo.

C’è da dire che nel caso specifico dei gestori, la responsabilità oggettiva che li vede coinvolti, è alquanto incoerente. Il nuovo decreto rilancio infatti, invita i gestori previa concessione di licenza, ad utilizzare parte del suolo pubblico, o ad ampliare quella precedentemente consentita senza dover pagare costi aggiuntivi, in modo da aumentare anche il numero dei posti a sedere. Paradossalmente l’estensione degli spazi e quindi un incremento di consumatori, comporta con maggiore facilità il verificarsi di assembramenti. Si aggiunga che gli stessi gestori, non hanno per legge –tanto meno per l’ultimo decreto, oggetto della questione – titoli idonei a disporre l’allontanamento delle persone sul suolo pubblico. Per disperdere un assembramento, in un maniera più efficace di quella autonoma, quindi, i proprietari dei locali al pari di tutti gli altri cittadini, dovrebbero chiamare le forze dell’ordine rischiando una multa per quell’assembramento che tentavano di dividere e una probabile chiusura del locali per un minimo di cinque giorni.

Chi è responsabile degli assembramenti?

Verrebbe quasi da supporre che la responsabilità demandata ai gestori dei locali sia una vera e propria spada di Damocle che, funge da strumento utile per riprendere un’attività ormai ferma da troppo tempo e bisognosa di ricrescita e nella quale è fondamentale prestare un servizio, ma con il massimo rischio di una perdita in termini di economia e clientela, già aggravata dall’emergenza sanitaria.

*in cover foto di Kelsey Chance su Unsplash
Francesca Romana Giurgola
Francesca Romana Giurgola

La contaminazione sociale e culturale mi incuriosiscono da sempre. La conoscenza dei diritti di ogni essere umano è il motore della mia vita. Sono una consulente legale internazionale con una passione attiva per il sociale e diritti umani a cui piace scrivere di fatti e informazioni che riguardano il mondo legale, cercando di rendere agevole la loro comprensione a tutti.

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