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Migranti e lavoro, come stanno davvero le cose?

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Gli immigrati ci rubano il lavoro? La propaganda politica funziona molto bene in questo settore, perché la realtà è complessa da comprendere. Per provare a fare chiarezza ci siamo rivolti al professore Guglielmo Forges Davanzati, docente di Economia politica e di Storia dell’analisi economica all’Università del Salento.

Questo approfondimento sul tema dei migranti economici è parte di un’ampia intervista al professore Davanzati, che è stata anche protagonista della sezione “Le vostre domande”.

Guglielmo Forges Davanzati

Perché l’immigrazione pesa così tanto nel nostro contesto economico?
La saldatura che si è creata fra leghisti e parte della cosiddetta sinistra radicale, sul tema del controllo dei flussi migratori, è un segno piuttosto inquietante del declino del dibattito pubblico in Italia. Secondo politici ed economisti che si riconoscono in questa comune visione dell'”emergenza”, l’Italia accoglierebbe troppi immigrati e l’immigrazione costituirebbe un problema per i nativi, dal momento che, accrescendo la concorrenza nel mercato, sottrarrebbe loro posti di lavoro e ne ridurrebbe i salari.

Non è cosi?
Si tratta di una tesi radicalmente falsa, che non coglie la reale natura del fenomeno. È innanzitutto una tesi falsa sul piano fattuale, dal momento che, come documentato su fonti ufficiali, l’Italia accoglie meno immigrati della media europea e meno dei Paesi centrali del continente (Germania in primis). I residenti non nati in Italia costituiscono circa il 10 per cento della popolazione, a fronte di più del 13 per cento del Regno Unito e di oltre l’11 per cento della Francia. È poi una tesi falsa sul piano della più elementare logica economica. La visione leghista – sostenuta anche da intellettuali provenienti dalla sinistra radicale – rinvia alla riproposizione della teoria marxiana dell’esercito industriale di riserva, secondo la quale all’aumentare dell’offerta di lavoro segue una riduzione dei salari. Con ogni evidenza, questo effetto presuppone che la forza-lavoro sia omogenea, ovvero che i lavoratori abbiano le medesime abilità e competenze. E ciò, nei fatti, non è. Anche nei casi nei quali gli immigrati sono dotati di elevato titolo di studio, nel momento in cui arrivano in Italia (anche per effetto della lacunosa legislazione sul riconoscimento del valore legale delle loro lauree) si offrono, di norma, in segmenti del mercato del lavoro nei quali non sono richieste particolari competenze tecniche.

E questo cosa comporta?
Per questa ragione, l’immigrazione può esercitare un effetto di compressione dei salari degli italiani solo in questi segmenti del mercato del lavoro, ovvero solo laddove le competenze richieste dalle imprese sono di livello medio-basso. In più, utilizzando categorie marxiane, gran parte di coloro che sbarcano sulle coste italiane ingrossano semmai la fila del sottoproletariato.

Quella che manca, a ben vedere, non è la forza lavoro, ma la capacità produttiva del Paese?
Ciò che non funziona nella narrazione ormai dominante è l’eccesso di semplificazione. Sul tema dei flussi migratori si giocano molteplici variabili, fra le quali quelle che probabilmente pesano maggiormente sono – per i Paesi d’arrivo – la deindustrializzazione (fenomeno globale, molto accentuato in Italia) e il calo demografico (anche questo fenomeno globale, almeno per i Paesi Ocse, molto accentuato in Italia e ancor più nel Mezzogiorno).

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Andrea Aufieri

Cerco di coltivare una curiosità basilare per questo mestiere. Lavoro con le parole e con i dati, sono il direttore di Sinapsimag e mi interessano molto le dinamiche sociali legate al progresso scientifico. andreaufieri.it

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