fbpx

Ma come li devo chiamare ‘sti neri? – Sono razzista Ma

Ablaye Seye

Domanda: Insomma, come li dobbiamo chiamare, sti neri? “Negro” è offensivo?

(Qui vi abbiamo spiegato il senso di questa rubrica)

Giusto, iniziamo dalle basi, presentiamoci. Io vorrei mi chiamassi Ablaye. Se poi siamo lontani e devi indicarmi a qualcuno e ancora non ci siamo presentati, puoi dire: «quell’uomo» o «quella persona», anche se «quello lì» proprio non lo sopporto. Non è che io non abbia il senso dell’umorismo, a volte mi “incazzo nero” anch’io, o lavoro “come un negro”. Però, ricordati, lo scherzo è dato dal nostro grado di confidenza, dall’amicizia e soprattutto dal contesto.

Insomma, ci terrei proprio che mi chiamassi con il mio nome, perché per me è un nome bellissimo: Ablaye significa “servo di dio”. Molti mi dicono che è difficile da pronunciare, che non ce la fanno. Non so, sono tre sillabe: A-bla-i, non ci vuole grande impegno. Qualcuno mi dice che preferisce chiamarmi con un nome italiano, tipo “Franco”, ma io preferirei un nome che significasse lo stesso in italiano. Mi hanno detto che esiste: “Zebedeo”. Ecco, preferirei ti sforzassi a chiamarmi A-bla-i.

Io sono arrivato come “straniero” , venivo dal Senegal. Il mio paese è stato sempre un crogiolo di culture e un crocevia per tante nazioni. Ci risulta difficile offendere le persone, anche chi viene da fuori, che spesso possiamo chiamare Niak, che in wolof significa “confine”. Qualcuno pensa che al confine non ci sia nulla di buono e ci resta male, ma è un’interpretazione sbagliata, perché l’intento non è spregiativo. A proposito di bianchi e neri, la nostra cultura ha grande rispetto per i bianchi, al punto da chiamarli toubab, che per noi sono coloro che hanno attenzione alla propria igiene e cura di sé e sono anche colti. Erano visti così i bianchi e io chiamo così anche mia sorella Fatou, perché la ammiro molto. Dovete solo stare attenti a non farvi chiamare khongu noppu, che significa “orecchie rosse”, per chi arrossisce o semplicemente perché vogliamo prendere in giro qualcuno non chiamandolo con il suo nome.

A me il politically correct interessa perché serve per stabilire dei confini di rispetto: se vuoi che il marciapiede vicino casa tua resti pulito, il miglior esempio è la pratica, ogni tanto spazzalo anche tu. Sì, mi piace il movimento della negritudine e no, la parola “negro” a me non piace.  La cosa potrebbe non starvi bene, e allora potreste leggere un bellissimo articolo della Crusca, che racconta bene gli sforzi che sono stati fatti da “bianchi” e “neri” per evitare razzismo e strumentalizzazione tra gli anni Settanta e Novanta del secolo scorso.

Se a qualcuno è rimasta la voglia di insultare, sappia che anche la Cassazione ha ribadito che chiamare “negro” qualcuno qui in Italia è un’offesa, come ricordava anche un giornale storicamente di destra, anche se un mese dopo se n’era già scordato…

Ablaye Seye
Ablaye Seye

Ablaye Seye, classe 1991, vive in Italia dal 2009. A Dakar ha studiato alla Scuola di Amministrazione Pubblica, mentre a Lecce si è diplomato come tecnico grafico pubblicitario per poi dedicarsi agli studi di Scienze politiche e Scienze sociali. Gestisce a quattro mani con il direttore Andrea Aufieri la rubrica "Sono razzista, ma".

  • 1

Lascia un commento

Your email address will not be published. Required fields are marked *