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L’uomo e la manipolazione della natura

Claudia Speciale

Quante volte sentiamo dire che l’influenza dell’uomo sull’ambiente sia troppo forte, che il nostro equilibrio è alterato, che il nostro controllo sui fattori esterni del pianeta è diventato eccessivo? Viviamo gli anni bui degli ogm, dei cambiamenti climatici, dell’ingresso a tutti gli effetti nel cosiddetto Antropocene (nuova era geologica in cui il fattore uomo ha un alto grado di impatto).

Molti ritengono che l’uomo abbia cominciato il suo processo di modifica sull’ambiente soltanto a partire dall’era industriale o, tutt’al più, dall’invenzione della scrittura e delle città in poi (non prima dell’inizio del primo millennio a.C. per il Mediterraneo).

Tuttavia, siamo sicuri che la nostra volontà di plasmare tutto a nostro favore sia così “innaturale” e sia iniziata soltanto con l’avvento delle scoperte più recenti? Basta cambiare un po’ prospettiva e ci renderemo conto che l’interazione con l’ambiente con il chiaro intento di modificarlo a proprio uso risale a diverse migliaia di anni fa.

A ben vedere, alcuni diranno che si può arrivare addirittura all’Homo habilis (2.5-1.8 milioni di anni fa), la prima specie di ominide che ha cominciato a fare quello che altri primati e men che meno altri mammiferi erano riusciti a fare: creare degli oggetti a partire da un’idea, modificare la materia.

Altri penseranno all’Homo neanderthalensis (400.000-40.000 anni fa), che creava utensili in pietra sempre più complessi, seppelliva i suoi defunti nel territorio, manifestava le prime espressioni artistiche, curava gli anziani del proprio gruppo per farli sopravvivere più a lungo. Pochi dubiteranno dell’impatto dell’Homo sapiens (forse già originato 300.000 anni fa), a partire soprattutto dall’Olocene (ca. 12000 anni fa).

L’uomo moderno rappresenta la prima specie di ominidi, l’unica fra circa 50.000 specie di vertebrati sul pianeta terra, con la quale avviene un processo più profondo di controllo e modifica delle risorse del nostro pianeta.

Solo il sapiens riesce infatti a diffondersi in pressoché qualunque ecosistema, adattandosi alle molteplici condizioni ambientali e piegando la natura alle sue necessità attraverso costruzioni di ripari sempre più complessi (si pensi ai villaggi del Neolitico), creazione di strumenti in svariati materiali, le prime deforestazioni su ampie aree, la trasformazione dell’argilla in ceramica e – soprattutto – la domesticazione di piante e animali. Si tratta del primo processo a lunga trasformazione di modifica genetica delle specie, attuato volontariamente da una specie su molte altre, selezionando a proprio favore caratteri “naturalmente”deboli e poco utili alle specie stesse.

Gli ogm ante litteram sono i nostri cereali, i nostri legumi e quasi tutti le carni che consumiamo quotidianamente, provenienti da specie selezionate gradualmente per diminuirne le dimensioni, farne sparire le difese delle corna e fargli acquisire tutte le caratteristiche funzionali al consumo. O scelti e modificati per il lavoro, come il cavallo, o per altre attività umane, come la produzione di lana e latticini nel caso degli ovicaprini.

Il percorso che porta il sapiens ad essere la specie più influente del pianeta sulle modifiche dell’ambiente terrestre parte da molto, molto lontano.

 

* In copertina una foto di Luca Bravo su Unsplash.

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Claudia Speciale
Claudia Speciale

Sono un'archeologa preistorica e affianco alla ricerca sul rapporto 
tra l'uomo e l'ambiente nel passato la didattica e la divulgazione per 
grandi e piccoli. Mi piace scrivere e diffondere la conoscenza dei
 luoghi antichi e moderni facendo la guida.


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