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L’ecomafia e gli ecoreati in Italia nel 2021

Che cos’è l’ecomafia?

Il termine ecomafia indica una serie di reati compiuti dalle organizzazioni mafiose, creando danno sia all’ambiente, sia alla salute umana. Quando si fa riferimento all’ecomafia, si fa riferimento ad attività illecite come abusivismo edilizio, attività di escavazione illecite, traffico e smaltimento illecito dei rifiuti, racket degli animali, furti e traffici di beni artistici e archeologici.

Questi reati possono definirsi senza vittima, non sempre suscitano allarme sociale, ma denotano chiaramente le modalità e le strategie con le quali le organizzazioni mafiose si infiltrano nel tessuto economico-imprenditoriale del mercato, alterando così le regole.

Le attività di ecomafia sono interregionali e transnazionali e sono sanzionate in modo meno severo rispetto ad altri traffici illeciti. Per questa ragione le mafie hanno dato vita a un vero mercato illegale fatto di imprese, manodopera, mezzi e strutture.

Storia dei reati di ecomafia

I primi reati che segnano il legame tra rifiuti e mafia in Italia sono stati accertati negli anni Novanta, come testimonia il dossier “Le ecomafie – ruolo della criminalità organizzata nell’illegalità ambientale”, redatto in collaborazione tra Eurispes e l’Arma dei carabinieri.

Nel 1995 è stata istituita la prima Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti. Nel 1997 viene pubblicato il primo “Rapporto Ecomafie” di Legambiente che da allora, ogni anno, fa il punto della situazione.

Il contrasto all’ecomafia

Chi guadagna dalle attività illegali dell’ecomafia? Chi ha messo in luce questo fenomeno? Chi combatte le ecomafie? Chi viene danneggiato da queste attività illegali?

Da ormai un secolo, le organizzazioni criminali di tipo mafioso si occupano di attività illegali come lo smaltimento illecito dei rifiuti. Sono 371 i clan che da anni realizzano traffici illegali e corruzione di figure istituzionali quali politici e forze di polizia.

La prima proposta legislativa per l’inserimento nel codice penale dei delitti contro l’ambiente recante la definizione giuridica di ecomafia risale al 1998 e si deve al senatore Giovanni Lubrano di Ricco.

Anche Legambiente si è posta come obiettivo quello di combattere contro le ecomafie, termine che ha coniato nel 1994. Numerose le azioni di polizia che hanno accertato reati ecomafiosi negli anni tra il 1994 e il 2008 in molte regioni italiane.

Secondo l’ultimo rapporto di Legambiente, le regioni dove si sono registrati il maggior numero di reati ambientali nel 2020 sono: Campania, Puglia, Calabria e Sicilia. Le stesse in cui cono presenti le principali organizzazioni mafiose italiane.

L’ecomafia incide molto sulle casse dello Stato, che negli ultimi 25 anni ha speso 49 miliardi di euro per risanare i danni provocati dalle attività illegali nei diversi territori.

Le connivenze dimostrate negli anni sono numerose: manager di agenzie territoriali e aziende, amministratori locali che anziché smaltire secondo le norme di sicurezza, nascondono i rifiuti speciali avvelenando così aria, terra e falde acquifere inquinando di conseguenza i fiumi e coltivazioni, minacciando la salute dei cittadini con diossine e sostanze cancerogene. Si compone così il puzzle di una Rifiuti Spa attiva da Nord a Sud con reati per la produzione, il trasporto e lo smaltimento di rifiuti.

Le aziende possono falsificare quantità e tipologia di rifiuti prodotti, dirottando, così il carico di rifiuti e facendolo sparire, oppure possono affidare l’operazione a imprese che lavorano sottocosto utilizzando metodi illeciti.

Il nostro paese diviene così il crocevia di traffici internazionali di rifiuti tossici e materie radioattive destinati a raggiungere poi, via mare, a bordo delle cosiddette navi dei veleni le coste dell’Africa e dell’Asia. A proposito dei traffici, coloro che tentano di intervenire per risolvere questa problematica vengono perseguitati, basti pensare ai traffici in Somalia dove la giornalista Rai, Ilaria Alpi, e l’operatore Miran Hrovatin vennero uccisi a causa di una inchiesta nel 1994.

Il 45% degli illeciti legati all’ambiente e all’operato si concentrano in poche regioni:

•Campania
•Calabria
•Puglia
•Sicilia
•Lombardia
•Toscana.

In Campania vengono riconosciute due aree critiche:
• La cosiddetta “Terra dei fuochi“, l’area della Campania tra Napoli e Caserta particolarmente interessata all’attività illegale delle ecomafie.
• Il cosiddetto “Triangolo della morte”, tra Acerra, Nola e Marigliano, dove si nota un forte aumento della mortalità correlato allo smaltimento illegale di rifiuti tossici da parte della camorra.

Gli effetti dello smaltimento incontrollato dei rifiuti

L’impatto ambientale che deriva dallo smaltimento incontrollato dei rifiuti svolto dalle ecomafie comprende diversi settori:

  • inquinamento estetico-paesaggistico: corrisponde a una forma di inquinamento visibile nel paesaggio circostante e può riguardare tutte le tipologie di rifiuti;
  • inquinamento del sottosuolo: caratterizzato dall’infiltrazione delle falde acquifere dovuta a discariche di rifiuti solidi mal gestiti e da sversamenti abusivi di solventi industriali che non posso essere assorbiti dal sottosuolo;
  • inquinamento delle acque superficiali: simile al fenomeno delle falde acquifere, ma con carattere più acuto poiché non vi è un lento ricambio dell’acqua come nel caso precedente;
  • inquinamento dell’aria: tra le molteplici cause ci sono i composti maleodoranti o tossici, i rifiuti industriali, l’emissione di composti volatili che si formano a seguito di processi biodegradativi dei rifiuti.

Quali sono i rischi che derivano dai reati ambientali?

A risentire di più dell’inquinamento ambientale sono le forme di vita animali e vegetali presenti nelle aree sottoposte a reati ambientali o che fanno parte di ecosistemi di natura più complessa.

Dinanzi a questo scenario inquietante, che vede interi paesi deturpati e privati delle loro risorse naturali, e il mondo minacciato dal cambiamento climatico, provano ad agire i governi e gli organismi internazionali.

La legge contro gli eco-reati funziona ma non basta Se aumentano i reati contro l’ambiente è anche segno che l’applicazione della legge n.68 del 2015 che li punisce è entrata a regime, riuscendo a perseguire chi per decenni ha agito impunemente, a partire dal disegno di legge Terra Mia, che introduce nuove sanzioni in materia di gestione illecita dei rifiuti. Mancano ancora i regolamenti di attuazione della legge 132/2016 sul Sistema nazionale protezione ambiente (Snpa) per rendere più agevole il controllo delle agenzie nei territori. E manca da più di vent’anni l’approvazione dei delitti contro la fauna per fermare bracconieri e trafficanti di animali.

Neanche la pandemia è riuscita a fermare l’ecomafia

Nel 2020 il numero dei reati ambientali è aumentato rispetto al tasso del 2019, circa lo 0,6% in più, con un netto aumento di denunce, arresti e sequestri.

Crescono numerosi anche gli incendi boschivi, ma fortunatamente diminuiscono i reati contro gli animali e il loro ambiente.

Per provare a mettere la parola fine a questo elevato numero di ecoreati, si è provveduto a portare a termine una decina di proposte: in primis sono stati inseriti i delitti ambientali previsti dall’articolo 452 “Titolo VI-bis” del Codice Penale e il delitto di incendio boschivo.

Sono state approvate leggi contro: le agromafie e i danni al patrimonio culturale, inoltre sono stati aggiunti al codice penale i delitti contro gli animali. Sono incentivate le sanzioni previste contro i traffici illegali di rifiuti ed emanati i decreti attuativi della legge 132/2016 che ha istituito il Sistema Nazionale per la protezione dell’ambiente.

Per approfondire:

A cura degli studenti della 5AS 2021-2022 del Liceo Scientifico “Fermi-Monticelli” di Brindisi

Redazione

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