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La Sociologia delle migrazioni per superare demagogia e pregiudizio

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L’Europa conosce le dinamiche migratorie da almeno quarant’anni, sul territorio italiano risiedono ormai da molto tempo poco più di 5 milioni di cittadini di origine straniera, l’8.5 percento della popolazione italiana totale. Eppure continuiamo a presentare, a rappresentare e ad autorappresentarci una situazione emergenziale, come hanno dimostrato i rilevamenti dell’Istituto Cattaneo, che ha sancito che quell’8.5 percento sia percepito dagli italiani (e da chi li aizza) come il 20 pecento almeno: «È necessario partire da un ripensamento radicale delle politiche migratorie, capovolgere la logica securitaria con cui ci si è approcciati alle migrazioni in favore di una logica realmente inclusiva, che muova verso la prospettiva di un riconoscimento di uguaglianza e pari opportunità». Sono le parole, basate sui numeri reali, sul rigore scientifico e sull’approccio sociologico di Antonio Ciniero, docente di Sociologia delle migrazioni, ricercatore in Teoria e ricerca sociale al dipartimento di Storia, società e studi sull’uomo e per l’International Center of Interdisciplinary Studies on Migrations (ICISMI) all’Università del Salento. È assegnista di ricerca all’Istat, dove si occupa di indicatori di integrazione sociale e analisi del disagio sociale delle popolazioni Rom Sinti e Caminanti.
Abbiamo provato a fare chiarezza con lui riguardo alla governance delle migrazioni, con uno sguardo globale.

L’Italia ha mai avuto un approccio sociologico al tema dell’immigrazione?

Antonio Ciniero

Domandandoci se l’Italia ha avuto un approccio scientifico al tema e conseguentemente abbia applicato delle leggi adeguate alla complessità del fenomeno, dovremmo concludere che questo difficilmente sia avvenuto; stando alle ricadute sociali della legislazione in materia dovremmo concludere che l’Italia non ha mai avuto una gestione del fenomeno migratorio che si basasse sulla comprensione, ma che la gestione sia andata spesso contro le evidenze empiriche e i risultati degli studi in materia. Le migrazioni sono fenomeni eminentemente politici, si sbaglierebbe a considerarle indipendenti dalle condizioni socio-economiche degli stati in cui prendono forma.

Non sorprende che la gestione delle migrazioni in Italia, ma non solo in Italia, sia stata declinata prevalentemente in maniera demagogica, d’altronde, sul tema migratorio si è per anni speculato per costruire consenso elettorale. Oggi questo è diventato molto evidente, ma non è una novità degli ultimi anni, anzi. Se andiamo a vedere bene, tutte le leggi italiane, per esempio, evidenziano il fatto che le migrazioni siano state sempre concepite, in primo luogo, come minaccia potenziale all’ordine pubblico e ai confini nazionali. Il fatto stesso che in Italia sia il ministero degli Interni ad essere investito della governance delle migrazioni è particolarmente significativo.

La prima legge in merito arriva solo nel 1986 -i flussi però interessano il nostro Paese dalla fine degli anni Sessanta! – e prima di allora c’era solo il Testo unico di pubblica sicurezza del 1931, quindi una legge di polizia di epoca fascista, poi integrata da circolari sempre firmate dal ministro degli Interni e solo a volte da quello del Lavoro.

La governance è affrontata sempre sotto la spinta della cosiddetta emergenza, nonostante quarant’anni di fenomeno migratorio. Lo stesso dicasi per il dibattito pubblico, ancora arroccato sul tema dell’accoglienza quando abbiamo già da tantissimi anni sul territorio quasi cinque milioni e mezzo di persone che pongono istanze come quella del diritto di cittadinanza, di voto e di fruizione di altri diritti a cui nessun governo è stato in grado di dare risposte adeguate.

Esistono casi di successo, in Italia o all’estero, che possano essere applicati su una scala più vasta o comunque insegnare qualcosa ai cittadini e ai legislatori?

Casi di successo ce ne sono, ma proviamo a liberarci dall’idea che ci sia bisogno di politiche pensate ad hoc per i migranti. Non dimentichiamoci che parliamo di un processo di mobilità, e quando questi cittadini arrivano nei paesi di destinazione non hanno bisogno di “politiche speciali”, ma di vedersi garantiti, al pari di tutti gli altri cittadini, diritti che rispondano alle normali esigenze che ognuno di noi ha, a partire dal diritto alla casa e al lavoro.

Le politiche in tal senso devono essere universalistiche, come è ovvio che sia. Di fronte, però, a soggetti costretti alla migrazione per motivi politici o per persecuzioni, è necessario che ci si attrezzi per garantire percorsi di maggiore tutela considerata la maggiore vulnerabilità dei soggetti. In questa fattispecie spiccano senz’altro le esperienze di successo del sistema di accoglienza dei richiedenti asilo in Germania e in generale in Europa del Nord, dove si registrano risultati migliori in termini di inclusione sociale rispetto a quanto avviene nei Paesi dell’Europa mediterranea, ma anche qui ci troviamo spesso di fronte a leggi che minano possibilità di successo dei progetti migratori dei singoli.

Sulla richiesta d’asilo, per esempio, a livello europeo il Trattato di Dublino del 1990 è un esempio di legge che incide negativamente rispetto ai processi di inclusione sociale dei cittadini richiedenti asilo. Il cosiddetto principio del primo ingresso, infatti, obbliga il migrante a chiedere lo status di rifugiato nel primo paese europeo in cui mette piede – sebbene il trattato preveda una serie di deroghe a tale principio, che non vengono quasi mai applicate – con la conseguenza che il migrante non può scegliere dove andare.

Per forza di cose i paesi ai quali generalmente approdano i rifugiati sono quelli dell’area mediterranea, tra cui Italia, Spagna e Grecia, paesi che sono anche tra i pochi in tutta Europa a non essersi dotati di una legislazione organica e coerente sul diritto d’asilo. Il principio di primo ingresso del Trattato di Dublino contrasta con tutte le acquisizioni storiche in materia di studi delle diaspore politiche (quella armena e curda su tutte, che hanno prodotto moltissima letteratura), perché è un dato ormai consolidato che il primo processo di integrazione sociale per un migrante deriva dai rapporti che lo stesso può avere: se uno vuole raggiungere un paese dove ha già un parente non può farlo, e questo di fatto inficia alla base i tentativi di inclusione sociale.

Insomma, si deve uscire fuori dall’eccezionalità: la migrazione è un fatto umano normale, il diritto alla mobilità è un diritto umano, sancito dalla Dichiarazione internazionale dei Diritti dell’Uomo, sottoscritto da tutti i paesi europei. L’unica soluzione è quella di porre in atto semplicemente le stesse politiche di inclusione sociale rivolte ai cittadini. Ci sono specificità legate a target particolari, ma, in generale, è sufficiente garantire accesso ai diritti in modo universale. Nulla di speciale, solo quello che prevede la nostra Costituzione.

È possibile applicare il metodo scientifico empirico caro a Galilei anche nella valutazione del fenomeno migratorio? Se sì, il primo passo dovrebbe essere quello dell’osservazione, il che permetterebbe già una vicinanza maggiore. Cosa potremmo apprendere?

Tutti gli interventi a livello di governance europea e italiana delle migrazioni, come già detto, sono andati in direzione opposta a quella di una possibile applicazione delle acquisizioni della letteratura in materia alle politiche di inclusione. Prima di operare a livello nazionale, però, andrebbero abrogati alcuni vincoli internazionali, come quello del principio del primo ingresso del Trattato di Dublino, di cui ho detto. Un titolo di soggiorno per la ricerca di lavoro a livello europeo assorbirebbe il problema dell’irregolarità.

La cosiddetta “irregolarità” in Italia è il frutto sopratutto dell’inadeguatezza delle politiche migratorie, non è casuale che sia aumentata sensibilmente con l’emanazione della legge n. 189 del 2002, conosciuta come legge “Bossi-Fini”, che si era posta l’obiettivo di ridurla e invece l’ha drasticamente aumentata perché ha imposto criteri complicati come quello di avere un contratto di lavoro prima di arrivare sul territorio.

Abdelmalek Sayad, tra i migliori studiosi dei fenomeni migratori, dice che la migrazione è un fenomeno totale ed è anche lo specchio della società, è un fenomeno che esplicita le contraddizioni delle nostre comunità. Rispondere alle migrazioni significa rispondere alle sfide poste dalle moderne società complesse. Serve l’onestà intellettuale di dire che non possiamo pensare alle sole politiche migratorie, ma affrontare la questione di che tipo di società vogliamo costruire. Dire semplicemente che vanno fermati i flussi significa solo far aumentare le condizioni di irregolarità.

Dal 2011 è impossibile entrare in Italia in condizioni di regolarità, per poter aspirare alla regolarità è rimasta solo la possibilità di dichiararsi rifugiati politici. Eppure dovremmo considerare che già solo da un punto di vista demografico (calo demografico e invecchiamento della popolazione) avremmo bisogno di circa tre milioni di ingressi l’anno in Europa per compensare il numero delle persone che lasciano il lavoro per andare in pensione. Il mantenimento degli equilibri demografici è un aspetto fondamentale per l’equilibrio del sistema pensionistico e il welfare.

Quanto conta l’interpretazione nella Sociologia delle migrazioni? Come può influire sulla politica?

De Gasperi diceva che la differenza tra un politico e uno statista sta nel fatto che il primo guarda alle prossime elezioni, il secondo alle prossime generazioni. Oggi, mi pare di poter dire che non abbiamo né politici né statisti, perché le politiche che sono emanate guardano non tanto alle elezioni, quanto addirittura agli umori e ai sondaggi, i quali possono essere a loro volta costruiti ad arte. La sociologia può servire a evitare la demagogia rispetto a politiche e modalità di governance di inclusione sociale e delle politiche migratore.

Tutto ciò, però, semplicemente non conviene, perché il tema migratorio è uno di quelli che più garantisce consenso e successo elettorale senza investire un centesimo e gli ultimi mesi di governo lo dimostrano: una campagna martellante con i migranti presentati come un’emergenza che non esiste davvero.

L’Istituto Cattaneo cita l’Italia come paese europeo che più sovrastima la presenza migratoria: siamo fermi da anni sul dato di 8.5 percento, ma i cittadini italiani credono di essere arrivati oltre il 20 percento. Se pensiamo qual era il consenso per la Lega Nord nel 2013 e vediamo cos’è successo oggi, si capisce bene quanto utile possa tornare l’approccio demagogico alle migrazioni.

Lei si occupa anche di statistica: è possibile mettere dei punti fermi in una gestione politica dell’immigrazione? Provo a spiegare meglio la questione: se accettassimo l’idea che le frontiere restino aperte, il sistema nazionale, dalla sua economia alla sua composizione sociale, ne gioverebbe o affronterebbe una crisi di trasformazione?

Domanda complessa che meriterebbe una risposta articolata difficile da dare nello spazio di un’intervista. Ci provo comunque: il sistema economico di produzione oggi egemone si basa sulla libertà di circolazione di merci e di capitali, mentre la forza-lavoro, in virtù della legislazione esistente, non può circolare altrettanto liberamente, questo crea inevitabili discrasie.

Oggi le frontiere sono un problema solo per i più poveri, per i soggetti che provengono dai paesi il cui passaporto “vale poco o nulla”, non lo sono invece per quelle che Bauman definiva élite globali. In Europa, e men che meno in Italia, non c’è nessuna invasione. I flussi migratori europei sono prevalentemente intra-europei, ma non è questo il punto.

Il punto centrale è che le persone si spostano per provare a dare una risposta individuale o famigliare alle contraddizioni sistemiche. Detto in maniera diversa, le migrazioni sono, di fatto, un indicatore dell’insostenibilità del modello di produzione e redistribuzione della ricchezza oggi egemone. Quindi la questione centrale non è se le migrazioni possano creare crisi o problemi, la questione su cui ragionare è che le migrazioni, sono, almeno in buona parte, proprio il frutto delle crisi e delle contraddizioni del sistema economico e produttivo globale.

Per dare risposte democratiche alle questioni politiche, economiche e sociali poste dalla presenza dei cittadini migranti è essenziale superare la logica dell’emergenza ed emanciparsi dalla filosofia dell’ordine pubblico, che ha ispirato e ispira tutte le leggi europee sull’immigrazione. È necessario partire da un ripensamento radicale delle politiche migratorie, capovolgere la logica securitaria con cui ci si è approcciati alle migrazioni in favore di una logica realmente inclusiva, che muova verso la prospettiva di un riconoscimento di uguaglianza e pari opportunità.

Per muovere in questa direzione, sarebbe opportuna la costruzione di strumenti politici e normativi in grado di misurarsi in maniera adeguata con la complessità del fenomeno migratorio, a partire dalla concessione di un permesso di soggiorno per ricerca di lavoro, valido sull’intero territorio dell’Unione Europea e dalla semplificazione delle procedure per il rilascio di permessi per motivazioni umanitarie e politiche, che facilitino anche i ricongiungimenti familiari, anche questi validi sull’intero territorio europeo.

Si tratta di interventi politici da attuare sia a livello internazionale che nazionale, immaginando non solo aggiustamenti marginali, ma un diverso modello di produzione e redistribuzione della ricchezza, che rimetta al centro del discorso l’essere umano e i suoi bisogni. In ogni caso, pare necessario superare la logica dominante del neoliberismo, ristabilendo la priorità della società e delle relazioni sociali nei riguardi dell’economia e delle dinamiche del mercato.

Il modello politico ed economico oggi egemone è un modello insostenibile e gli attuali flussi migratori non sono che uno degli indicatori di questa insostenibilità.

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Andrea Aufieri

Cerco di coltivare una curiosità basilare per questo mestiere. Lavoro con le parole e con i dati, sono il direttore di Sinapsimag e mi interessano molto le dinamiche sociali legate al progresso scientifico. andreaufieri.it

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