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Memoria e rimozione, alla ricerca di umanità. Intervista con Paolo Giordano

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La narrazione del complottismo è la vittoria della semplificazione sulla meraviglia della complessità, ce lo dice Paolo Giordano in questa intervista. E forse è per questo che il sistema educativo sarà l’ultimo a ripartire, forse è per questo che in nome della ripresa economica e dello slancio vitale è avvenuta una rimozione immediata di quello che è capitato in questi mesi. Eppure non è ancora finita, per nessuno, in tutto il mondo.

Uno degli sguardi più lucidi e informati in questo periodo storico, che ha fatto conoscere bene alcune nozioni importanti a tutti gli italiani grazie ai suoi articoli sul Corriere della Sera e nel suo piccolo libro Nel contagio, ha voluto dialogare con Sinapsimag.

Paolo Giordano è uno scrittore e un fisico torinese, classe 1982. Oltre al suo primo saggio pubblicato quest’anno, ha scritto quattro romanzi. Con il primo, La solitudine dei numeri primi, ha vinto il Premio Strega nel 2008. Sono seguiti Il corpo umano (Mondadori, 2012), Il nero e l’argento (Einaudi, 2014), Divorare il cielo (Einaudi, 2018). Insegna come trasformare la scienza in racconto al Master in Comunicazione della scienza “Franco Prattico” di Trieste. Per questa intervista abbiamo concordato di usare il tu per via di una relativa confidenza fiorita nel corso del laboratorio di Giornalismo scientifico al Festival Internazionale di Ferrara nel 2018.

Caro Paolo, dove ti trovi e come stai vivendo la ripresa dal lockdown?
Sono a Roma da settimane, non mi sono mai mosso da qua, non sono pronto. Sono molto inquieto, questa cosa è stata molto intensa per me, anche per un senso di coinvolgimento di lavoro, di giornate e di pensieri. Ha egemonizzato il mio tempo, spazzando via tutto il resto. E ora sto facendo fatica a riannodare i fili, non riesco a lasciarmi andare del tutto e in parte non lo voglio. Devo dire che mi rattrista soprattutto questa rimozione immediata che colgo intorno.

Paolo-GIordano-Daniel-Mordzinski

Paolo Giordano in un ritratto di Daniel Mordzinski

Di norma ti si può definire uno scrittore “appartato”, ma la tua preparazione scientifica sembra abbia pesato molto sulla tua presenza mediatica nell’ultimo periodo.
È vero, di solito sono molto ritratto, ma questa volta le condizioni e il contorno erano gravi al punto da avermi fatto trascurare le mie normali idiosincrasie. Mi rendo conto che è una responsabilità quella di avere un background scientifico e scrivere. Dovrebbe essere più comune di così, ma non lo è. Per questo mi sento in qualche modo investito da un mio senso di responsabilità, ma non mi ritengo un divulgatore, penso invece di avere un’attitudine molto più selvatica: non sarei capace di fare buona divulgazione di un argomento solo perché è giusto farlo, devo seguire la mia inclinazione. Anche in questo caso ho scritto perché l’ho fortemente sentito e in questo ragiono più da narratore, perché è stata una mia esigenza.

Hai scritto che è ora il momento di «rivendicare ognuno la propria singolarità». Quale dovrebbe essere il primo atto di tale rivendicazione?
Intanto onorare i morti. Tra le varie anomalie c’è stata quella terribile che le persone sono andate via in larga parte isolate, in modo anonimo e senza il conforto dei propri cari. E questo è stato un grande strappo per la nostra civiltà. Dovremmo, dunque, restituire anzitutto a loro l’individualità che meritano, e questo servirebbe anche per elaborare quello che è accaduto, ricordandoci che ci siamo ancora in mezzo. Possiamo avere la sensazione che sia finita qui da noi, ma nel mondo è ancora tutto per aria e allo stesso modo noi abbiamo avuto questa cosa perché siamo tutti strettamente connessi e non ci vuole nulla perché questa malattia ritorni. E quindi bisogna abituarsi per un po’ a vivere in questa situazione precaria.

Ti sei impegnato per la conoscenza nell’epoca dei complottismi immediati che corrono sul web. Perché le persone preferiscono una narrazione complottista che dà sicurezze ed è dirompente, invece di prestare ascolto alla narrazione scientifica, che non ha risposte predefinite ed è meno rassicurante?
Per un paio di ragioni: la prima è che le teorie complottiste sono più semplici. È molto più facile dire che la colpa è del laboratorio cinese da cui è scappato il virus piuttosto che spiegare le connessioni tra certi comportamenti umani, gli ecosistemi, i microrganismi che saltano da una specie animale all’altra e poi all’uomo. La prima versione richiede l’impegno di un tweet, la seconda richiede la pazienza di capire un ragionamento complesso e questo è un vantaggio intrinseco dei complottismi rispetto alla complessità che la scienza prevede. Il complottismo è seducente per la nostra testa, fa leva su un certo tipo di emozionalità molto primitiva di cui siamo dotati tutti: la rabbia, l’indignazione, la stigmatizzazione dell’altro sono meccanismi molto primitivi e quindi molto efficaci. La scienza deve fare ricorso ad aspetti più sofisticati e parlare alla nostra razionalità: la lotta è dunque impari.

Evitando di fare complottismo su complottismi, che idea ti sei fatto sulla nascita di queste narrazioni?
Per me è affascinante: le dicerie, che sono sempre esistite e sono letterariamente molto interessanti, a volte sono prodotte da qualcuno, a volte si producono per la struttura stessa del mezzo d’informazione in cui si propagano. È come per la trasmissione del dna tra una generazione e l’altra: ogni duplicazione prevede una quota di errori, in chimica c’è sempre una quota di errori in ogni esperimento e misura. Allo stesso modo per l’informazione, su larga scala produce delle sue anomalie. Per quanto riguarda la situazione d’incertezza che si è creata fin dall’inizio di questa vicenda, ben venga ogni investigazione ai fini della verità, perché è sempre utile a comprendere le cose, ma attenzione, perché siamo davvero oltre ogni possibilità di negazionismo.

La scienza come ne esce da questo sistema, la si guarda con più attenzione o diffidenza?
Me lo chiedo anch’io, ma ho registrato un affidarsi alla scienza e agli scienziati, anche perché fonte di speranza e di sicurezza, nel senso che non è che la salvezza arriva solo dal vaccino. Non dimentichiamo che in altre epoche questo virus avrebbe fatto milioni di vittime in tutto il mondo. La scienza ha già salvato milioni di persone, come l’epidemiologia, perché se non avessimo avuto le conoscenze pregresse non avremmo fatto ciò che andava fatto, perciò la scienza ha già fatto la sua parte e continuerà seguendo anche altri percorsi. Come questo si depositerà nelle menti delle persone non lo so, perché il grande pubblico è stato forse disilluso rispetto all’idea un po’ naif della scienza come se questa fosse il campo della certezza. E invece no, la scienza è il territorio delle incertezze, del dubbio, del dibattito delle evidenze da provare se no non sono tali. È come se avessimo visto dietro le quinte dei processi scientifici e ne avessimo colto un lato molto umano: i protagonismi, le vanità, le ambizioni. Io credo che faccia sempre bene vedere la verità delle cose, ma non so poi in cosa tutto ciò si traduca nell’immaginario collettivo. Sia chiaro che non bisogna aver paura di questo, è importante che venga riportato il dibattito, poi anche in questo caso la nostra mente, soprattutto in un momento così delicato, si attacca un po’ dove le fa più comodo, per esempio all’opinione del virologo che dice quello che volevamo sentire. E anche questo meccanismo mentale è molto interessante.

Il sistema educativo sarà l’ultimo a ripartire. Da dove dovrebbe riprendere?
Credo che il tema sia lo stesso da cui siamo partiti sui complottismi: la complessità che lega le cose, i fenomeni, e richiede uno sforzo mentale e d’immaginazione. Prima il mondo andava nella direzione della semplificazione di tutti i messaggi. Possiamo ritornare nella giusta direzione solo abituandoci al pensiero complesso già dalla scuola primaria, questo dovrebbe essere il primo punto per ripartire in questo settore e spero lo si faccia quanto prima.

*Foto di Daniel Mordzinski
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Andrea Aufieri

Cerco di coltivare una curiosità basilare per questo mestiere. Lavoro con le parole e con i dati, sono il direttore di Sinapsimag e mi interessano molto le dinamiche sociali legate al progresso scientifico. andreaufieri.it

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