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Il riscaldamento globale e il coronavirus

Roberto Ingrosso

Il 2020 è stato un anno caratterizzato da alcuni mesi record in termini di temperature e si posiziona, al momento, subito dietro l’anno record del 2016. Il lockdown imposto dalla pandemia causata dal virus SARS-CoV-2 ha portato a una riduzione delle emissioni globali giornaliere di anidride carbonica (CO2) con un picco del 17% nel mese di aprile11 – Le Quéré, C., Jackson, R.B., Jones, M.W. et al. Temporary reduction in daily global CO2 emissions during the COVID-19 forced confinement. Nat. Clim. Chang. (2020).

Le emissioni di CO2 sono diminuite, ma non in atmosfera

Si stima una riduzione complessiva del 7% per il 2020. Nonostante questa riduzione delle emissioni, la CO2 in atmosfera ha continuato ad aumentare e così la folle corsa al rialzo delle temperature globali.

Se le emissioni di CO2 sono diminuite, ma non le sue concentrazioni in atmosfera, perché le temperature continuano a salire?

Come è stato possibile che, nonostante il lockdown e la riduzione delle emissioni, la CO2 e le temperature abbiano continuato ad aumentare? Su questa apparente contraddizione diversi articoli di giornale hanno costruito una critica alla comunità scientifica, senza dimenticare diverse frecciatine al movimento sul clima, composto per lo più da ragazzi giovanissimi e noto come “Fridays for Future”.

In realtà, quello che è accaduto non ha sorpreso gli scienziati. Le motivazioni sono in particolare due, riconducibili al tempo di permanenza in atmosfera della molecola di anidride carbonica e al suo ciclo stagionale.

Innanzitutto la CO2 è in grado di persistere in atmosfera su tempi medi di circa cento anni, questo perché è una molecola che non ama interagire, ma preferisce rimanere per fatti suoi nella nostra atmosfera, contribuendo a riscaldare il Pianeta. Con tempi di vita così lunghi, diminuzioni di pochi punti percentuali per pochi mesi hanno effetti molto ridotti.

Lo si può vedere nel grafico pubblicato in maggio sul blog del Met Office. La linea blu tratteggiata è quella relativa alla previsione della tendenza di aumento di CO2 in atmosfera (in gran parte causata dalle emissioni antropiche) considerando la riduzione delle emissioni dovuta al lockdown, quella tratteggiata in rosso è una previsione nel caso non vi fosse stato alcun lockdown. Risulta evidente come le differenze siano davvero poco significative tra i due casi differenti.

Fonte: Met Office

C’è un altro fattore che emerge chiaramente da questo grafico. È il segnale stagionale evidenziato dalle linee continue in rosso (caso senza lockdown) e blu (con lockdown).

Come si può osservare l’ampiezza di questa oscillazione sinusoidale è molto più ampia delle variazioni della tendenza (le linee tratteggiate) legata alle attività antropiche.

I primi mesi dell’anno, che è il periodo in cui abbiamo avuto il lockdown diffuso, sono caratterizzati da un aumento delle concentrazioni di CO2  a causa dell’opera di degradazione microbica, che libera grandi quantità di CO2, in particolare nell’emisfero boreale. A questo aumento segue una diminuzione della stessa entità quando la vita esplode nuovamente in primavera, grazie ad una ripresa della fotosintesi clorofilliana e quindi ad un maggiore assorbimento di anidride carbonica da parte delle piante. I due contributi tendono nel complesso ad annullarsi, ma il lockdown, lo ripeto, è avvenuto nei primi mesi dell’anno, durante la fase naturale di aumento di CO2, che vede il suo picco in maggio. Pensare quindi di vedere una diminuzione delle concentrazioni durante questa fase è assolutamente irrealistico.

L’esperienza del lockdown ci ha dimostrato come l’obiettivo di un contenimento del riscaldamento globale non può non passare da politiche di riduzione di emissioni di lungo periodo. Pochi mesi di riduzione delle emissioni fanno solo il “solletico” al cambiamento climatico in atto.

*in cover foto di Marcin Jozwiak su Unsplash.
Roberto Ingrosso
Roberto Ingrosso

Meteorologo. Laureato in Scienze Ambientali a Lecce e specializzato in Meteorologia e Oceanografia Fisica. Ho poi lavorato presso il CMCC e l'Università del Salento su indicatori climatici, validazione di modelli oceanografici e previsione delle onde del mare. Attualmente mi occupo dello studio dei tornado e degli effetti della Muraglia Verde nel Sahel sul monsone africano e sulla circolazione globale.

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