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Global warming e fake news, quando la bufala ha una fonte autorevole

Roberto Ingrosso

Nella ricerca di informazioni relative al riscaldamento globale, su internet o sui giornali cartacei, non è raro imbattersi in articoli, anche a firma di scienziati noti al grande pubblico, che vorrebbero dimostrare l’innocenza dell’uomo e delle sue attività nell’aumento delle temperature globali.

Sebbene internet sia stata una grande invenzione per l’umanità, perché ha permesso di accedere a una quantità quasi illimitata di informazioni e ha messo in contatto individui di tutto il mondo, la sua diffusione ha avuto anche degli aspetti negativi.

Questo perché, soprattutto con lo sviluppo dei social network, molte persone hanno cominciato a esprimere il loro parere su qualunque argomento, soprattutto quando il tema non è di loro competenza. C’è stato così un proliferare di siti e pagine pseudoscientifiche che hanno la pretesa di spiegare tematiche specifiche, o di elaborare teorie personali o previsioni amatoriali.

Nel campo della climatologia, per esempio, il rischio di diffusione di un’informazione scorretta è alto, in quanto chi legge il parere di un presunto esperto fa giustamente affidamento su di lui e non si chiede se le relative competenze specifiche possano estendersi anche alla climatologia.

In questo articolo prendo a esempio alcuni casi illuminanti comparsi sul web e cerco di mostrare la scorrettezza delle informazioni comunicate in alcuni passaggi.

Nell’ambito della pubblicazione di alcuni pareri più o meno autorevoli riguardo al riscaldamento globale, alcuni mesi fa un noto sito di meteorologia, MeteoGiornale, ha pubblicato il parere di Riccardo Magnani professore di Scienze della Terra, appassionato di meteo, ma che non ha specifiche competenze in campo climatologico. Riguardo ai suoi forti dubbi sulle cause del riscaldamento planetario e in generale sugli impatti che questo sta avendo sul pianeta, Magnani scrive:

«Riguardo allo scioglimento dei ghiacci e il conseguente innalzamento dei mari, è opportuno sottolineare che il completo scioglimento della calotta artica non porterebbe ad alcun innalzamento del livello oceanico dato che si tratta di ghiaccio galleggiante».

In questo passaggio l’autore dice una mezza verità. Ricordando che i ghiacci artici sono ghiacci marini e la loro fusione non contribuisce all’aumento del livello del mare, per il noto principio di Archimede, il professore sembrerebbe voler sminuire il problema della fusione dei ghiacci artici. Ma la riduzione della calotta artica porta a una minore riflessione dei raggi solari (effetto albedo minore) e quindi a un maggiore assorbimento di radiazione da parte degli oceani liberi dai ghiacci, di conseguenza a un aumento ulteriore delle temperature globali.

Questo fenomeno è conosciuto come “amplificazione artica” ed è infatti noto che l’Artico si stia riscaldando a velocità più che doppie rispetto al resto del pianeta. Senza dimenticare gli enormi impatti sugli ecosistemi artici che una riduzione del ghiaccio avrebbe su quelle aree. Questi due aspetti vengono però dimenticati da Magnani.

Figura 1: serie temporali della temperatura media in artico (rosso)e di tutto il globo (grigio) a partire dal 1900. Fonte: NOAA

Ancora:

«Se si sciogliesse l’Antartide allora si che influirebbe sul livello dei mari. Attualmente questa calotta è stabile e nell’emisfero sud i ghiacciai della Patagonia, come il Perito Moreno, sono in espansione».

Sulla calotta antartica non ci sono ancora delle evidenze chiare, soprattutto per la parte a est, più remota e inospitale, ma gli ultimi studi sembrano evidenziare una diminuzione della calotta antartica ( Konrad et al. 2018; Rignot et al. 2019). Inoltre i ghiacci di tutto il mondo, al di là di singoli casi legati a particolari dinamiche locali, sono in rapida fusione, come evidenzia questo grafico del World Glacier Monitoring Service:

Figura 2: serie temporale del bilancio di massa medio annuale dei ghiacciai globali e di 30 di riferimento. Fonte:WGMS

«Da quanto detto quindi sembrerebbe che la CO2 in aumento, sia in realtà l’effetto del riscaldamento e non la causa. Lo stesso vale per il vapore acqueo».

Un errore tipico è quello di voler ridurre a semplici relazioni causa effetto dei sistemi complessi e non lineari. Quella tra CO2 e temperatura è una relazione complessa, in quanto l’una influenza l’altra. Nei carotaggi che riguardano l’ultimo milione di anni emerge un ritardo tra l’aumento di temperatura e quello della CO2. Ma limitarsi a dire che la prima influenzi la seconda è sbagliato.

Se è vero che un aumento di temperatura porta a una minore solubilità della CO2 negli oceani (vedi legge di Henry) e quindi a un aumento di CO2, è anche vero questo aumento porta, a sua volta, a un ulteriore aumento delle temperature, essendo la CO2 un gas serra. È un classico feedback positivo che amplifica ulteriormente un cambiamento nel verso del cambiamento stesso.

Non è un caso che la differenza tra un periodo glaciale e uno interglaciale possa essere spiegata solo considerando il feedback CO2-temperatura (oltre che considerando le variazioni dell’albedo planetario). Queste dinamiche si sono ripetute ciclicamente almeno nell’ultimo milione di anni. In passato è stata la stessa CO2 ad aver determinato direttamente grandi cambiamenti della temperatura terrestre, CO2 liberata dalle grandi emissioni legate all’attività vulcanica e ai grandi movimenti delle placche tettoniche terrestri. Attualmente, su tempi molto più corti, è l’uomo ad immettere direttamente grandi quantità di CO2 in atmosfera, andando ad alterare le dinamiche climatiche naturali e così “dopando” il sistema climatico.

«E che dire dello stretto rapporto tra l’attività solare (misurabile dal numero di macchie solari) e i minimi e massimi delle temperature con le rispettive mini ere glaciali degli ultimi 2000 anni? Sicuramente un altro elemento da approfondire se non si è dei fissati solo sulla CO2».

Il ruolo dell’attività solare come forzante climatico è stato ampiamente studiato. E sebbene il sole sia la fonte primaria di energia per la superficie terrestre, il suo ruolo è comunque secondario rispetto ad altri fattori, naturali e non.

Basti pensare che al tempo dei dinosauri le temperature medie planetarie erano di diversi gradi superiori a oggi (circa 8-10°C), sebbene l’attività solare fosse mediamente inferiore di circa il 4% rispetto a quella attuale. Cosa potrebbe allora aver contribuito ad aumentare le temperature del pianeta? Non è un caso che al tempo le concentrazioni di CO2 erano circa quattro-cinque volte maggiori.

Esistono diversi studi che evidenziano come il ruolo dell’attività solare nell’attuale riscaldamento è quasi nullo. Per semplicità rimando alla Nasa, che ha prodotto un video molto chiaro sul perché l’attività solare e altri fattori naturali non spiegano l’aumento delle temperature medie terrestri.

https://climate.nasa.gov/climate_resources/144/video-how-global-warming-stacks-up/

L’articolo si conclude con una critica agli esperti dell’IPCC che secondo l’autore, non terrebbero conto dei fattori naturali. Ora, anche non avendo una conoscenza della grande mole di studi prodotti sui fattori naturali, risulta poco verosimile che migliaia di esperti di tutto il mondo non abbiano tenuto conto dei fattori naturali, che giocano un ruolo sulle dinamiche climatiche del pianeta.

L’articolo contiene altri errori, semplificazioni e omissioni, ma l’obiettivo di questo post è quello di mostrare come opinioni apparentemente valide, siano in realtà frutto di conoscenze incomplete.

Un altro esempio riguarda lo scienziato Antonino Zichichi, noto al grande pubblico per la sua attività di divulgazione scientifica nelle trasmissioni Rai, che dalle pagine del Giornale del 5 dicembre 2018 ci invitava a non demonizzare l’effetto serra (e ci mancherebbe aggiungerei, essendo, quello naturale, fondamentale per la vita sul pianeta).
L’illustre fisico non si è limitato a questo, ma, ancora una volta, ha affermato che:

«nel motore meteorologico l’effetto delle attività umane è ai livelli di qualche percento; di sicuro non oltre il 10%».

Non è dato sapere da quale studio abbia ricavato tale conclusione, non essendoci sue pubblicazioni in tal senso, ma si è visto, con il grafico Nasa citato in precedenza, che la realtà è ben diversa e che le attività antropiche giocano un ruolo ben più importante. Altri studi mostrano risultati simili a quelli della Nasa, come quello di Meehl et al. (2004) o quello di Ribes et al. (2016).

La climatologia, cosi come la sua cugina più vicina, la meteorologia, sono discipline scientifiche affascinanti che non vanno trattate però in maniera sensazionalistica, col solo scopo di “acchiappare click”, ma che meritano un approccio più serio e rigoroso.

Nei prossimi giorni scriverò un nuovo pezzo in cui prenderò ad esempio un modo un po’ truffaldino di presentare dei grafici da parte di alcune organizzazioni, al fine di supportare le loro idee nel merito della materia climatologica.

Bibliografia

  • Konrad H et al. (2018). “Net retreat of Antarctic glacier grounding lines”. Nature Geoscience 11, 258–262.
  • Meehl G.A. et al. (2004). “Combinations of Natural and Anthropogenic Forcings in Twentieth-Century Climate”. Journal of Climate. 17, 3721-3727.
  • Ribes A. et al. (2016). “A new statistical approach to climate change detection and attribution”. Climate Dynamics. 48, 367-386.
  • Rignot E et al. (2019). “Four decades of Antarctic Ice Sheet mass balance from 1979–2017”. PNAS. 116 (4), 1095-1103.

Leggi tutti gli articoli di Roberto Ingrosso sul cambiamento climatico.

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Roberto Ingrosso
Roberto Ingrosso

Meteorologo. Da bambino convinsi la mia classe a iscriversi a un'associazione ambientalista, poi mi sono laureato in Scienze Ambientali a Lecce; ho svolto un tirocinio all'Arpa; un Master in Gestione delle risorse ambientali e il corso in Oceanografia Operativa del CMCC. Qui ho poi lavorato su indicatori climatici, validazione di modelli oceanografici, previsione delle onde del mare.

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