Il glifosato, l’opinione pubblica e la scienza

Recentemente abbiamo assistito a una polemica riguardo l’erbicida glifosato che ha coinvolto addetti ai lavori e semplici amanti dell’ambiente. Purtroppo si sono registrate posizioni discutibili che hanno indotto anche conseguenze socio-politiche che hanno oramai lasciato il segno.
Pochi giorni fa Monsanto, casa produttrice di questo erbicida, è stata condannata da un tribunale della California (con giuria) a rimborsare un giardiniere affetto da linfoma con 289 milioni di dollari per aver aggravato la sua malattia. La colpa specifica sarebbe non aver debitamente indicato la pericolosità dei prodotti sull’etichetta. L’iter però è solo all’inizio poiché Monsanto si oppone, forte di molte centinaia di studi scientifici che non hanno mai trovato effetti cancerogeni per il glifosato e 40 anni di uso massiccio senza effetti rilevanti sulla popolazione.

Proprio per l’esistenza di una solida letteratura scientifica, questa sentenza oltreoceano (dove non si applica il principio di precauzione) è piuttosto sorprendente e c’è molta curiosità sulla conclusione del percorso giudiziario ma in Europa si è già sentito criticare molto il glifosato.

Cos’è il glifosato?

Il glifosato è un erbicida che impedisce alle piante di produrre alcuni aminoacidi essenziali (fenilalanina, tirosina e triptofano) sostituendosi al precursore corretto e creando un “corto circuito” nella sintesi di nuove proteine. Di fatto impedisce che le cellule possano mantenersi in vita bloccando tutti i loro processi cellulari poiché in tutti è necessario rinnovare le proteine coinvolte.

Quali piante colpisce il glifosato?

Purtroppo il glifosato non è selettivo, quindi colpisce tutte le piante, ma c’è di buono che viene assorbito subito dalle foglie, la sua azione è rapida. Quindi è impossibile trovarselo sull’insalata o altri prodotti freschi.
Viene usato per il diserbo lungo le strade e le linee ferroviarie e ovunque si voglia impedire un’eccessiva vegetazione.

Perché il glifosato è utilizzato in agricoltura?

In effetti per pulire i campi si fa largo uso di glifosato, anche in Italia, ma il successo in agricoltura è strettamente legato alle colture dette “round-up ready”. Queste sono colture di piante geneticamente modificate, mais, soia e cotone che sono resistenti al glifosato e possono essere trattate di continuo per eliminare le erbacce. Queste coltivazioni di OGM sono solo marginalmente presenti in Europa e non sono quindi il motivo del largo uso del glifosato.

Evitare l’abuso dei glifosati

Ma se da un lato questa molecola è terribile per le piante, non lo è per l’ambiente perché è estremamente biodegradabile. Usato correttamente il glifosato non riesce a raggiungere la falda acquifera perché si stima che non riesca a penetrare il terreno più di 10-20 cm prima di essere degradato completamente. I composti generati dalla sua degradazione diventano persino validi nutrienti per le nuove piante.
È pur vero che un uso crescente fa si che le molecole siano sempre più presenti nell’ambiente, con potenziali rischi imprevedibili, e ciò genera polemiche tra scienziati (per approfondire cercare le lettere aperte di Elena Cattaneo e Stefano Bocchi sul tema) che è difficile interpretare per chi non abbia un quadro completo della situazione.

La reputazione del glifosato

Ad oggi gli scienziati che operano nel pieno rispetto dell’approccio sperimentale non hanno scoperto nessun effetto rilevante per la salute umana, nonostante sia stata data molta attenzione a questa molecola e nuove indagini vengano avviate continuamente sotto la spinta di un’opinione pubblica oramai convinta del contrario. Come per molte altre molecole o abitudini, la ricerca continua, pur sapendo che di sicuro conviviamo con molte molecole dannose per la salute ma difficilmente eliminabili (come l’acrilamide in molti cibi fritti o tostati).
Bisogna tenere presente che il glifosato ha sostituito molecole terribilmente dannose per la salute dell’uomo e per l’ambiente (ad esempio il tristemente noto “agente arancio” e il Paraquat). Specie nei paesi dove si coltiva industrialmente cotone e soia, si è stimato che il glifosato abbia salvato l’ambiente già fortemente inquinato a causa degli erbicidi usati prima della sua introduzione con gli OGM e quindi la salute delle popolazioni locali.

Le evidenze scientifiche sul glifosato

Nonostante quanto esposto, una recente decisione europea riprende una valutazione dell’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc) che nel 2015 ha dato grande enfasi ai rischi potenziali derivanti dall’uso di questa molecola definita “probabilmente cancerogena”. Purtroppo la commissione autrice di tale documento è adombrata da conflitti di interesse e cambiamenti nel testo di cui nessuno riconosce la paternità. Inoltre le prove scientifiche addotte a supporto delle conclusioni, giunte all’attenzione della comunità scientifica mondiale, si sono rivelate deboli o inconsistenti.

Il glifosato e la pseudoscienza

Il German Federal Institute for Risk Assessment (BfR) ad esempio scrive: “ … The new IARC classification for glyphosate as a carcinogenic substance is based firstly on “limited evidence” in humans. This risk is derived from three epidemiological studies in the USA, Canada and Sweden based on a statistical correlation between exposure to glyphosate and an increased risk of non-Hodgkin lymphoma. However, this assessment was not confirmed in a very large cohort of the also cited “Agricultural Health Study” or in other studies.
Traducendo in sintesi gli studi clinici sono stati condotti su popolazioni ristrette senza fare dei controlli sulla presenza di altre molecole o fattori diversi come controllo. Questi studi richiamano alla memoria la tristemente nota correlazione tra vaccini e autismo.
Alcune pubblicazioni sul glifosato sono state addirittura ritrattate a causa di gravi errori o per la non riproducibilità dei risultati sperimentali riportati.

D’altro canto, anche le ONG contro il glifosato usano argomenti simili per screditare i lavori di altre commissioni (qui un altro link per approfondire).

È lecito sospettare però che il “principio di precauzione”, grande conquista moderna per la tutela dei cittadini e spesso invocato in Europa, venga a volte abusato. La stessa agenzia (IARC) autrice della discussa raccomandazione alla UE, ha lanciato l’anno successivo (2016) un allarme sulla potenziale cancerogenicità del caffè, quando invece in molti studi scientifici il suo consumo sembra ridurre l’incidenza di alcune patologie.

Lo sviluppatore del glifosato, John Franz, ha ricevuto nei quattro decenni di uso, numerosi premi e riconoscimenti per l’evidente impatto positivo che la sua innovazione ha portato in agricoltura.
Certo in qualche caso possono essere registrati eccessi e usi discutibili, come ad esempio l’utilizzo per completare il disseccamento delle spighe di grano quando la stagione non è abbastanza secca e calda in paesi come il Canada.

Esiste un’alternativa al glifosato?

Ebbene, a parità di costi per gli agricoltori la risposta è no.
Benchè il suo meccanismo d’azione non sia particolarmente tossico per gli animali, è evidente che il suo uso eccessivo possa generare preoccupazioni per la salute dei consumatori e soprattutto degli operatori, poiché tutte le molecole raggiunto un certo dosaggio diventano tossiche. Però, mentre gli elenchi di molecole pericolose e cancerogene continua ad allungarsi, il glifosato ne resta fuori, nonostante sia continuamente sotto osservazione da parte di molti gruppi di ricerca indipendenti da Monsanto (ora acqusita da BAYER).

Basarsi sulle evidenze scientifiche

Da scienziato posso solo consigliare di formarsi un’opinione partendo dalle evidenze scientifiche che si siano sottoposte al rigoroso controllo della comunità scientifica, rimanendo sempre aperti a nuove evidenze, ma diffidando di documenti che mettono in gioco fattori diversi. Oggi ci stiamo abituando a dibattiti tra posizioni contrapposte e alternative, ma i problemi reali esigono confronti più articolati.

Nel caso specifico della sentenza in California bisognerà attendere la fine dell’iter giudiziario ma sopratutto capire quale effetto fisiologico avverso abbia in effetti sofferto il giardiniere malato di linfoma.

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Gian Pietro Di Sansebastiano
Gian Pietro Di Sansebastiano

È professore di botanica generale e biologia cellulare dei vegetali presso l’Università del Salento e presidente della sezione pugliese della Società Botanica Italiana (SBI). La sua attività di ricerca è rivolta allo studio dei meccanismi molecolari del traffico di membrana nel sistema di secrezione. Si tratta dei processi attraverso cui le piante accumulano sostanze utili e si adattano all’ambiente reagendo agli stress.

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