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Ambiente Approfondimenti

Gli scenari del riscaldamento globale: il futuro si gioca adesso

Roberto Ingrosso

Il panel intergovernativo dell’ONU sul cambiamento climatico (IPCC) ha pubblicato un report speciale, che ha posto l’accento sul riscaldamento di medio termine previsto per il nostro pianeta. Il titolo di questo report è tanto semplice quanto indicativo: “riscaldamento globale di 1.5° C”.

Nel report si ribadisce che l’aumento delle temperature della Terra, stimato in circa 1°C dal periodo pre-industriale, è stato causato dalle attività umane, quali produzione di energia, processi industriali, trasporti, deforestazione, agricoltura e allevamenti intensivi, e che tale aumento raggiungerà probabilmente 1.5°C entro il 2030-2052, se le emissioni continueranno ad aumentare al ritmo attuale. Questo significa che entro metà secolo avremo superato il limite target per il 2100 fissato dagli accordi di Parigi.

Con questa pubblicazione, l’IPCC evidenzia gli impatti di tale aumento sulla biosfera e li mette a confronto con quelli legati ad un aumento di 2°C. Non è un caso, infatti, che in questi anni il dibattito tra il mondo della scienza e quello dei decisori politici sia stato anche incentrato sul limite massimo di riscaldamento ritenuto “accettabile”, cioè senza conseguenze profonde e irreversibili sulla vita del pianeta.

Questo limite è stato fissato in un aumento delle temperature di 1.5°C con impatti decisamente minori, come il report rivela, rispetto a un aumento di solo mezzo grado maggiore. Se può sembrare che si discuta di valori irrisori, pensando magari alla differenza di temperatura tra estate e inverno alle nostre latitudini, è bene sottolineare che la temperatura media globale durante l’ultima glaciazione era di circa 4-5°C inferiore a oggi. Stiamo infatti parlando di temperature mediate su tutto il globo, le cui variazioni nel tempo sono molto piccole e lente, solitamente nell’ordine delle migliaia o dei milioni di anni.

Quali impatti ha portato sino ad ora l’aumento delle temperature globali?

La fusione dei ghiacci artici è probabilmente l’impatto più noto ed evidente dell’aumento delle temperature terrestri. Una diminuzione di circa il 40% della superficie della calotta polare artica è stata registrata negli ultimi decenni. La fusione dei ghiacci terrestri ha dato, inoltre, un contribuito importante all’aumento del livello del mare, paragonabile a quello dato dall’espansione del volume degli oceani, direttamente legato all’aumento di temperatura (Fig.1), dal momento che un liquido tende a dilatarsi all’aumentare della sua temperatura.

 

Figura 1 : in alto, serie temporale del bilancio di massa medio annuale cumulativo relativa a tutti i ghiacci terrestri e a 40 ghiacciai di riferimento per il periodo 1980-2015 (WGMS); sopra, serie temporale del livello del mare medio per il periodo 1992-2018. (AVISO)

Si legge spesso che l’aumento delle temperature del pianeta porta ad un’intensificazione degli eventi estremi, quali piogge, uragani, siccità. In alcuni casi questo segnale di intensificazione è ormai un dato di fatto, in altri non è ancora così chiaro. Il segnale, infatti, deve rispondere ad alcuni requisiti di significatività statistica, perché si possa parlare di un aumento in frequenza o in intensità dell’evento estremo considerato.

Allo stato attuale, come evidenzia uno studio recente (Schleussner et al. 2017), un quarto delle terre emerse è stato già caratterizzato da un aumento degli estremi caldi di temperatura (oltre 1°C) e una riduzione, di oltre 2.5°C degli eventi estremi freddi. Conclusione che si aggiunge ai risultati di un altro studio del 2006, quello di Alexander et al., che rileva un aumento delle “notti calde” (con temperature sopra il 90esimo percentile delle temperature minime giornaliere) su scala globale e una diminuzione di quelle fredde (caratterizzate da temperature sotto il 10° percentile delle temperature minime giornaliere).

Questi risultati indicano un aumento di eventi, come le ondate di calore, particolarmente letali specie per le fasce di età più deboli (anziani e bambini). Basti pensare che le ondate di calore del 2003 in Europa e del 2010 in Russia hanno causato decine di migliaia di morti in più del normale (WMO).

Secondo Schleussner et al. anche le precipitazioni estreme hanno avuto un aumento robusto e almeno un quarto delle terre emerse che ha visto un incremento del 9% dell’indice relativo ai 5 giorni consecutivi di precipitazione intensa.

Per quanto riguarda fenomeni come uragani o episodi di prolungata siccità, le cose sono più complesse. Se per i primi sembrerebbe esserci un’intensificazione dei cicloni tropicali e degli uragani più potenti (Emanuel 2005; Kossin 2013), non sembrano invece esserci segnali chiari di un aumento della siccità nel Pianeta. Non a tutt’oggi, almeno.

Quali differenze ci sono tra un riscaldamento del pianeta contenuto nel grado e mezzo e un riscaldamento di due gradi?

Bisogna innanzitutto chiarire che le conclusioni presentate nel report sono sempre accompagnate da differenti gradi di “confidenza” (basso, medio, alto), in modo che possa essere comunicato anche il grado di incertezza, che accompagna tali previsioni.

Per confidenza si intende la validità di una conclusione, espressa in termini qualitativi, in quanto basata sulla qualità, la consistenza, la tipologia dell’evidenza trovata. Strumenti per tale valutazione sono la teoria, i modelli, il giudizio degli esperti, i dati. Non bisogna confondersi con il concetto di incertezza, che è invece quantificato, per via probabilistica, attraverso un’analisi statistica dei dati osservati o dei risultati dei modelli.

Quello che sembra emergere è che con un pianeta più caldo di 2°C molti degli impatti descritti precedentemente saranno maggiori rispetto al limite di 1.5°C. Ciò vale sia per gli estremi di temperatura (confidenza alta), in termini di giorni e notti caldi, sia per gli eventi di siccità o per le precipitazioni intense (confidenza media), queste ultime specialmente nelle regioni a latitudini maggiori nell’emisfero Nord, nelle regioni asiatiche orientali e in quelle nord americane orientali.

Con un riscaldamento di 2°C, quindi, è probabile che sarà interessata da eventi alluvionali una porzione più ampia di terre emerse. L’aumento del livello del mare potrebbe essere maggiore di circa una decina di centimetri nell’ipotesi peggiore di riscaldamento, con un intervallo di incertezza di 0.04-0.18 m (confidenza media).

Gli impatti di un tale aumento andrebbero a mettere ulteriormente a rischio sia gli ecosistemi che le infrastrutture antropiche, con un aumento dell’intrusione salina nelle falde, con allagamenti più frequenti, specialmente in occasione di forti tempeste, senza dimenticare il rischio per la sopravvivenza di alcune isole, come quelle nel Pacifico.

Conclusioni simili si hanno anche considerando la biodiversità con una perdita del 18% degli insetti, del 16% delle piante e dell’8% dei vertebrati, nell’ipotesi dei 2°C, valori percentuali circa doppi rispetto all’ipotesi di 1.5°C (confidenza media). Se la scomparsa dei coralli, a causa dell’aumento delle temperature del mare e dell’acidificazione degli oceani, è stimata intorno al 70-90% nell’ipotesi migliore, si rischia la loro totale scomparsa con l’aumento di 2°C (confidenza alta).

La barriera corallina, così come l’abbiamo conosciuta nel corso della nostra vita, molto probabilmente non esisterà più in entrambi i casi. L’aumento delle temperature del mare, inoltre, metterà a serio rischio l’ecosistema marino e di conseguenza le attività legate alla pesca, comparto già in difficoltà a causa della pesca intensiva che ha depauperato i nostri mari.

Il report affronta anche gli aspetti economici evidenziando gravi ripercussioni per le aree più povere del Pianeta e, in generale, una minore possibilità di attingere alle risorse idriche e al cibo.

 

Figura 2 : (a) curva delle temperature registrate e proiezioni di temperatura al 2100. Le proiezioni riguardano tre scenari differenti di riduzione delle emissioni (b,c,d).

In Fig.2 viene mostrato un grafico delle temperature. Sebbene possa sembrare complicato a una prima occhiata, la figura è un’ottima sintesi di tre possibili scenari di riduzione dei gas serra. Sulla parte sinistra del grafico vediamo le temperature medie mensili globali in superficie registrate dal 1960 al 2017 (la curva seghettata in grigio) alle quali è sovrimposto, in arancione, il riscaldamento causato dalle attività antropiche e relativo intervallo di probabilità.

Non è ovviamente un caso che la tendenza di questo riscaldamento antropogenico corrisponda a quella della curva delle temperature medie globali.

Sulla parte di destra è visibile una linea tratteggiata e una barra, colorate entrambe in arancione, che mostrano rispettivamente l’andamento futuro delle temperature, qualora il riscaldamento continuasse con l’attuale tasso di aumento, fino al raggiungimento di 1.5°C e l’incertezza temporale, dato che la barra ricopre un intervallo cha va dal 2035 al 2052, come detto all’inizio dell’articolo. Le aree a forma di pennacchio in grigio, blu e viola mostrano invece le proiezioni delle temperature future in tre casi diversi di riduzione delle emissioni.

Quella in grigio mostra un possibile andamento delle temperature, in un range di incertezza rappresentato dagli estremi di quell’area, se le emissioni di CO2 cominciassero a diminuire dal 2020 e azzerarsi entro il 2055 e quelle climalteranti, non associate alla CO2, aumentassero sino al 2030 per poi diminuire. In questo caso il riscaldamento sarebbe compreso tra 1°C e 1.75°C circa.

Nel pennacchio blu lo scenario vede un riscaldamento più moderato, compreso tra 1°C e 1.5°C, se le emissioni di CO2 venissero azzerate già dal 2040. L’area in viola rappresenta il caso peggiore, quello in cui si raggiungerebbero i fatidici 2°C. In questo caso lo scenario di riduzione delle emissioni vede un azzeramento delle emissioni di CO2 al 2055 e un aumento fino al 2030 con successiva stabilizzazione dei fattori climalteranti non legati alla CO2.

Questo report ha il merito di sottolineare come pochi decimi di grado in più di riscaldamento possano portare a impatti devastanti per la vita dell’uomo e delle altre specie che vivono su questo pianeta. E per la prima volta ci vengono fornite delle scadenze chiare su come e quando intervenire.

Per evitare un riscaldamento di 2°C non basterà, ad esempio, azzerare le sole emissioni di CO2 entro metà secolo, ma occorrerà fare molto di più. Con l’uscita degli Stati Uniti dagli accordi di Parigi e la volontà di governi come quello australiano e brasiliano di non rispettarli, questi obiettivi potrebbero rimanere una speranza, un ultimo grido di allarme su cosa avremmo potuto fare, ma non abbiamo fatto a causa degli interessi e dell’idiozia di pochi che si sono arrogati il diritto di decidere per l’umanità intera.

Referenze

– Alexander L.V. et al. 2006. Global observed changes in daily climate extremes of temperature and precipitation. Journal of Geophysical Research, 111.
– Emanuel K. 2005. Increasing destructiveness of tropical cyclones over the past 30 years. Nature, 436, 686-688.
– Kossin J.P. 2013. Trend Analysis with a New Global Record of Tropical Cyclone Intensity. Journal of Climate, 26, 9960-9975.
– Schleussner C.F. et al. 2017. In the observational record half a degree matters. Nature Climate Change, 7, 460-462.

 

*In cover una foto di Joshua Rawson-Harris su Unsplash.

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Roberto Ingrosso
Roberto Ingrosso

Meteorologo dal 2018. Da bambino convinsi la mia classe a iscriversi a un'associazione ambientalista, poi mi sono laureato in Scienze Ambientali a Lecce; ho svolto un tirocinio all'Arpa; un Master in Gestione delle risorse ambientali e il corso in Oceanografia Operativa del CMCC. Qui ho poi lavorato su indicatori climatici, validazione di modelli oceanografici, previsione delle onde del mare.

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