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Gabriella Greison, lo spettacolo della Fisica

Partiamo dalla presenza nella cinquina finalista del premio Galileo con “Sei donne che hanno cambiato il mondo”. Lo scopo del libro era ambizioso, centrare il doppio bersaglio della divulgazione scientifica e della parità di genere. Nel 2018 una scienziata viene guardata ancora con diffidenza dai colleghi uomini(o anche dai fruitori uomini)? Rita Levi Montalcini dichiarò che per dedicare la sua vita alla scienza aveva scelto coscientemente di non essere moglie e madre. è davvero così difficile conciliare queste cose e viceversa, come viene guardata secondo lei una donna che dichiara serenamente di preferire il parto di una elegante teoria scientifica piuttosto che il parto di un figlio?
«Gli istituti di ricerca scientifica oggi sono luoghi dove si vive bene, dove tutti insieme si lavora per qualcosa e con un fine comune. Non importa chi hai di fianco, si lavora per un risultato. Ma appena esci dagli istituti di ricerca e ti avvicini alle altre realtà, iniziano i pregiudizi e i luoghi comuni. Perché ancora oggi le ragazze che vorrebbero intraprendere la carriera scientifica si sentono dire: “Ma sei così bella, perché vuoi fare fisica?”, oppure anche un altro: “Se vuoi fare fisica poi che futuro hai?”. Capite l’assurdità di queste frasi? Sono questi i luoghi comuni da sfatare, da distruggere. Le ragazze e i ragazzi che leggono i miei libri, che vengono ai miei monologhi a teatro, mi scrivono e mi raccontano queste cose, e io ho il dovere di farmi in quattro per annientare questa mentalità. È la stressa mentalità che porta a fare i titoli di giornale del tipo “terrore alla maturità, potrebbe uscire fisica”. Capite la tragedia? Viviamo in una società che è molto indietro rispetto a quello che accade in Francia o in America, luoghi dove io ho tanti riferimenti e scienziati con cui mi confronto, e che mi aiutano nelle mie ricerche. Per tornare alla tua domanda: come diceva Rita Levi-Montalcini: “Il cervello dell’uomo e quello della donna sono uguali, il resto sono scemenze».

A questo proposito, qual è stata per lei la spinta propulsiva di Marie Curie, di fatto l’unica donna presente nella famosa foto del 1927 che ha ispirato il suo monologo e il libro “L’incredibile cena dei fisici quantistici”?
«Marie Curie ha combattuto prima di tutte noi gli stereotipi, per questo mi piace da matti. Gli stereotipi si annidano ovunque, e appena uno si distrae un attimo, ecco che spopolano e vivono di vita propria assecondati anche da chi non te l’aspetti. La cosa che mi piace parecchio della nostra epoca è che siamo in tanti a combatterli, e aumentiamo di continuo. Per le nuove generazioni sarà più facile gestirli, perché il grosso è stato fatto. Bisogna solo continuare così, e tenere gli occhi aperti. Ci sono ambienti più intaccati di altri, ma tra questi non ci sono di certo gli istituti di ricerca scientifica».

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Gabriella Greison


Perché gli istituti di ricerca sono immuni da stereotipi?
«Negli istituti di ricerca le battaglie, prima di noi, le hanno fatte altre donne: Marie Curie, Hedy Lamarr, Lise Meitner, Rosalind Franklin, Emmy Noether e Mileva Maric. Le sei donne che racconto nel mio saggio e che hanno cambiato il mondo, ci hanno permesso oggi di essere e fare quello che vogliamo. Arriverà il giorno in cui non farà più caso se in un gruppo di lavoro ci sono più donne o più uomini perché sarà normale così. I bambini lo hanno giù capito, basta andare a vedere i loro film di animazione al cinema o leggere i loro libri. Non esistono più principesse che aspettano il principe azzurro o che devono provare la scarpetta e sperare che sia del loro numero. Cose da vecchi, queste. Adesso le ragazze si muovono e scelgono in libertà, da single, sovrane dei loro sogni. I centri di ricerca scientifici, per come li vivo io, che li frequento da quando ho preso la laurea in Fisica, e poi sono andata a lavorare all’Ecole Polytechnique, e ora con le mie ricerche per scrivere libri, sono dei ponti di pace. In quei posti vivi a contatto con americani, francesi, iraniani, indiani, palestinesi, arabi, e chissenefrega la religione o l’orientamento politico o il sesso. Io nei luoghi delle mie ricerche, da Bruxelles (dove ho scritto “L’incredibile cena dei fisici quantistici”) a Parigi (dove ho trovato materiale per “Sei donne che hanno cambiato il mondo”) a Copenaghen (dove ho lavorato per le ricerche per la scrittura di “Hotel Copenaghen”) alla Svizzera (dove ora mi trovo per il prossimo libro che uscirà a settembre), in questi luoghi i centri di ricerca, le università, gli ambienti scientifici sono vivi, all’avanguardia, proiettati già nel futuro…futuro che noi vedremo tra un po’, ci mettiamo sempre più tempo di altri in Italia».

Il mondo della fisica quantistica appare agli occhi del profano oscuro e misterioso. Crede sia possibile, per lei, replicare in Italia, ciò che Robert Gilmore ha fatto con “Alice nel paese dei quanti” e “Il quanto di Natale”?
«Io sono fisica, sono donna e vivo in Italia, è tutto diverso. Con il romanzo “L’incredibile cena dei fisici quantistici” , con il romanzo “Hotel Copenaghen”, e con il monologo teatrale “1927 Monologo Quantistico” racconto come è nata la fisica quantistica. Un lavoro enorme poi il teatro, con un linguaggio ancora diverso. E di ricerca nei luoghi, di traduzioni di materiale d’archivio, di incontri, di interviste. Ma poi concludo sempre con le parole che diceva Niels Bohr: “Se pensate di aver capito la fisica quantistica allora non avete capito niente”. E con quelle di Feynman: “Dubitate di chi cerca di spiegarvi la fisica quantistica, o è matto oppure mente”, soprattuto se non è fisico o scienziato».

Romanzarne alcuni lati della biografia, ma soprattutto mostrare il lato umano degli scienziati può essere la chiave di volta per una scoperta di menti e anime straordinarie? L’immagine del fisico era legata ad uno stereotipo della persona ingobbita sui libri, miope, chiusa in un laboratorio o davanti al computer. Una vita di pensieri e immagini in solitudine. Il palco e il pubblico sembrano qualcosa di lontano. Che impatto hanno su di lei e che reazione hanno gli spettatori trovandosi davanti qualcosa di così diverso rispetto a quest’altro stereotipo?
«La mia vita è questa, ora sono divisa tra teatro, scrittura di libri, ricerche negli istituti scientifici di tutto il mondo, e la voglia di portare ovunque questi racconti. Lo facevo anche in televisione, avevo creato “Pillole di Fisica” su RaiNews24, ma poi l’hanno chiusa vai a sapere il motivo. Aspetto che altri canali televisivi mi diano la possibilità di continuare a farne altre. In America e in Francia, le trasmissioni fatte dai fisici sono quelle più ambite. E in un gruppo di lavoro, in America e in Francia, qualsiasi sia l’ambito, tutti vogliono avere un fisico, perché porta un valore aggiunto, un punto di vista diverso, le chiavi per trovare le soluzioni. Da noi, beh, da noi in Italia al massimo in un gruppo di lavoro ambiscono ad avere un avvocato, ma il motivo è un altro (scherzo, meglio dirlo, non si sa mai)».

Dal 20 al 28 Marzo ha avuto luogo il primo Festival della Fisica, nato proprio da una sua idea. Che riscontro ha avuto? Ha l’impressione che qualcosa si stia muovendo in meglio, soprattutto nell’interesse giovanile?
«La prima evoluzione è stata portare il Festival della Fisica Dal 20 al 24 maggio in teatro a Roma: “Evviva la fisica” allo Spazio Diamante! Due edizioni nel giro di due mesi! L’idea del Festival della Fisica mi è nata studiando la vita di Niels Bohr (su cui ho scritto il mio ultimo romanzo “Hotel Copenaghen”, edito da Salani), perché lui – premio Nobel nel ’22, e grande antagonista di Einstein nella creazione della fisica quantistica – usava il suo istituto di ricerca scientifica e la sua casa a Copenaghen, per ospitare le menti più geniali del XX Secolo e da loro voleva sempre essere circondato. Sua moglie Margrethe si occupava di tutto il resto, mentre lui creava, immaginava un nuovo mondo…mondo che poi è quello che viviamo oggi, tutti i giorni. Cercava e sapeva riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e lo faceva durare, e gli dava spazio… (per citare Calvino). Inoltre, metteva in scena delle vere e proprie rappresentazioni teatrali, con i fisici sul palco, e li faceva esprimere così, con la recitazione. Una volta ha messo in scena addirittura il Faust, il Faust a Copenaghen! E così, ora, oggi, faccio io…»

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La famosa foto al termine della Conferenza di Solvay, nel 1927, che vide riunite alcune delle più grandi menti del secolo


Quali sono i suoi programmi immediati e in particolare cosa dobbiamo aspettarci dalla sua ultima fatica, “Hotel Copenaghen”?
«Porto avanti tre progetti finora (e da settembre ci sarà una novità!): il racconto dei grandi fisici del XX secolo, in particolare parto da una foto che mi ossessiona da una vita, scattata a Bruxelles nel 1927, una fotografia che li ritrae tutti, i miei amici immaginari, ve la ricordate, no?, la foto.  Bene, uno per uno sto andando a trovarli tutti nelle città dove hanno vissuto, e da ciascuno faccio nascere una storia a sé, perché dalle mie ricerche – con l’aiuto dei centri di ricerca scientifici internazionali su cui mi appoggio e archivi e università del posto – trovo così tanto materiale che scrivo di conseguenza un romanzo, e dal romanzo faccio nascere un monologo a teatro. Così è stato per “L’incredibile cena dei fisici quantistici” da cui è nato “1927 Monologo Quantistico” (prodotto dal Teatro Menotti di Milano), che questa stagione si chiude sfiorando quota 90 repliche, che record! Il racconto umano dei fisici che hanno cambiato il nostro mondo (con i loro vizi, le loro ansie, le loro paure, le loro manìe) e dalle loro scoperte siamo circondati oggi. A marzo 2018 è uscito “Hotel Copenaghen” (Salani editore) che approfondisce Niels Bohr e la sua Copenaghen, da cui è nato “Faust a Copenaghen” (spettacolo corale, non più un monologo) che ha debuttato a Milano e verrà ripreso a maggio 2018 a Roma. Il mio viaggio nelle città di ciascun fisico del XX Secolo, racchiuso in quella fotografia, continua, e la prossima stagione si apre con un viaggio nuovo (in Svizzera dove mi trovo ora) e un altro fisico. Il racconto – fondamentale oggi – delle donne della scienza e della fisica. Sono usciti i miei due libri “Sei donne che hanno cambiato il mondo” (Bollati Boringhieri editore) e “SuperDonne!” (Salani editore), e da questi è nato il mio monologo “Due donne ai Raggi X – Marie Curie e Hedy Lamarr, ve le racconto io” (prodotto dal Teatro Sala Umberto di Roma), che approfondisce molto la figura di Marie Curie, sono andata a trovarla a Parigi, e lì ho fatto nuove ricerche. Il racconto che porto nei teatri, nei festival e ovunque, è il punto di vista umano di questa scienziata (queste, anzi) con dubbi, ansie, paure… Ultimamente, poi, sono stata a Trieste, e già si è aperto un portoncino anche lì…magari la prossima tappa del Festival della Fisica sarà Trieste».

Luca Valente

Laureato in filosofia con una tesi su Ernst Junger, è un appassionato di questa materia nel senso etimologico del termine, cioè amore per il sapere. Divoratore di libri e film, si dedica in particolare allo studio della fisica quantistica. Fortemente critico verso il distacco tra umanesimo e scienza, auspica un ritorno al dialogo e un intreccio tra scienze umane e tecniche.

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