fbpx

Falsi miti evolutivi: quanto discendiamo dalla scimmia?

Claudia Speciale

Il modo più semplice di spiegare l’evoluzione è di pensarla come una linea dalla specie più antica alla più recente.

Lo scimpanzé pian piano ha rinunciato alla sua natura arboricola, si è messo in piedi ed è diventato Australopithecus anamensis; poi l’Australopithecus ha assunto una posizione ancora più diritta e pienamente bipede, ha cominciato a scheggiare pietre ed è divenuto Homo habilis; in seguito ha perso i peli e si è munito di una lancia ed è divenuto Homo erectus; infine, sempre più simile all’uomo moderno, è arrivato l’Homo neanderthalensis, la penultima tappa evolutiva con caratteristiche morfologiche e comportamentali simili alle nostre.

Un processo con un inizio ed una fine che ovviamente culmina con la comparsa dell’Homo sapiens, fiero del suo aspetto glabro, possibilmente seduto al PC o su una tavola da surf. Ma siamo veramente sicuri che l’evoluzione umana e più in generale l’evoluzione funzionino così?

L’evoluzione si basa sul processo di selezione, ovvero sulla comparsa e scomparsa di specie dovuta alla variabilità genetica degli individui che si adattano a determinate condizioni. Il fenomeno della speciazione avviene nel momento in cui una popolazione di una specie comincia a distinguersi morfologicamente e geneticamente da un’altra della stessa specie, al punto da arrivare a non avere più interfecondità. Sarebbe a dire che la loro “distanza” genetica è tale da non potere avere una prole. O, se ce l’hanno, come nel caso di un mulo, figlio di un asino e di una cavalla, la loro prole avrà sempre un corredo cromosomico che li renderà sterili.

Semplificando, se vogliamo vederci ancora più chiaro in questo processo, immaginiamo un’isola improvvisamente popolata da una specie che arriva dalla terraferma. All’inizio gli individui saranno geneticamente prossimi a quelli della popolazione da cui si sono distaccati. Con il passare del tempo, a causa di profondi e prolungati processi di adattamento alle condizioni ecologiche dell’isola, quella popolazione potrebbe mutare fino a divenire talmente diversa a livello morfologico e genetico da non essere più interfeconda con quella originaria.

Qualche centinaio di migliaia di anni dopo, dalla stessa terraferma si sposta un’altra popolazione di quella specie che popola un’altra isola, dando inizio a un altro processo di speciazione. E così via.

Esistono oggi contemporaneamente numerose specie animali dalle quali sono distaccati in diversi momenti dello sviluppo evolutivo una serie di ramificazioni, molte delle quali, la maggior parte, sono rami tagliati, cioè estinti. Più del 90 per cento delle specie che hanno popolato la terra nel tempo sono ora estinte (di estinzione parleremo meglio in un altro articolo).

È esattamente quello che è successo al bisnonno di scimpanzé e umani almeno 7 milioni di anni fa. I nostri rami evolutivi si sono separati, sebbene ancora oggi tra il 98 e il 99 per cento del patrimonio genetico delle cosiddette scimmie antropomorfe come gorilla, scimpanzé e bonobo sia condiviso con quello umano.

Se vogliamo essere più precisi quindi, possiamo dire che non deriviamo dalle scimmie attuali ma che in termini evolutivi siamo dei cugini e anche piuttosto stretti. Se solo l’1 per cento del nostro patrimonio genetico diverge da quello di un gorilla, immaginate quanto bassa sia la variazione genetica tra le popolazioni appartenenti alla stessa specie (persino tra un eschimese e un abitante del centro Africa).

E quella bassa variabilità, tale da non perdere l’interfecondità, riguarda per lo più come sintetizziamo i cibi, come rispondiamo agli agenti patogeni, quindi come ogni popolazione si è parzialmente adattata alle condizioni del territorio che abita. Lo stesso motivo per cui abbiamo caratteristiche fenotipiche diverse, cioè colore di pelle e di capelli e statura in base alla risposta evolutiva che abbiamo sviluppato nel tempo per avere maggiori possibilità in termini riproduttivi e quindi di sopravvivenza della specie.

Casomai qualcuno ancora nel ventunesimo secolo volesse ancora parlare di razze.

*in cover: ricostruzione dell’Homo neanderthalensis, licenza CC BY 3.0, credits.
Claudia Speciale
Claudia Speciale

Sono un'archeologa preistorica e affianco alla ricerca sul rapporto 
tra l'uomo e l'ambiente nel passato la didattica e la divulgazione per 
grandi e piccoli. Mi piace scrivere e diffondere la conoscenza dei
 luoghi antichi e moderni facendo la guida.


  • 1

Lascia un commento

Your email address will not be published. Required fields are marked *