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Economia e finanza sono scienze esatte? – Le vostre domande

Redazione

Economia e finanza sono scienze esatte? Non mi è chiaro se gli impegni dell’Italia nei confronti dell’Europa siano da rispettare a ogni costo e non so se quello che succede in borsa sia da considerarsi prevedibile e inevitabile.
Anna, Lecce

Per la nostra iniziativa “Le vostre domande”, abbiamo ricevuto alla nostra mail (redazione@sinapsimag.it) la domanda di Anna, che ci chiede se economia e finanza siano da considerarsi scienze esatte. Abbiamo inserito questa domanda nell’intervista che il direttore Andrea Aufieri ha realizzato con il professore Guglielmo Forges Davanzati, docente di Economia politica e di Storia dell’analisi economica all’Università del Salento.

Economia e finanza sono scienze esatte?

Non siamo a un livello di precisione che permetta di sostenere che siano scienze esatte. Le teorie economiche e le teorie sui mercati finanziari sono prodotti di postulati politici e ideologici. Ogni teoria è portatrice di una visione del mondo, ma ciò non significa che lo sviluppo di queste teorie non tenga in considerazione il metodo scientifico. In genere, si parte da un’ipotesi per poi sviluppare un modello teorico-matematico, sottoposto alla verifica empirica con gli strumenti della statistica e dell’econometria. Arrivano risultati di prima approssimazione, che vengono poi dibattuti, ma non esiste una sola verità in economia. Non ne esiste una, ma esistono pluralità di teorie economiche che spesso sono inconciliabili tra loro. Alcune ricerche, poi, sono finanziate da privati, soprattutto negli Usa, dove il dibattito in tal senso è molto acceso: spesso i risultati sono quelli che vanno incontro agli interessi degli stessi. In Italia e in Europa in generale essendo il pallino in mano al settore pubblico, questa cosa è meno evidente, anche se ci sono stati casi di distorsione che sono stati riconosciuti.

Quanto è coerente il binomio economia e politica?

L’inesistenza di una verità riflette la dimensione politica della disciplina. Abbiamo forti demarcazioni di teorie tra economie neoclassiche liberiste, a favore della regolamentazione del mercato del lavoro e delle liberalizzazioni, e una teoria di ispirazione keynesiana, che prevede un maggiore intervento dello Stato, e poi se ne affiancano molte altre a partire dal marxismo. Tutte metodologicamente inconciliabili per i risultati diversi e per le prescrizioni politiche.

Lei segue un approccio marxista?

Non sono marxista ortodosso, non credo che il capitalismo sia destinato a finire, anzi credo che abbia una straordinaria capacità di adattamento. Da Marx traggo alcune intuizioni che io considero fondamentali come la sua teoria del ciclo del capitale monetario e quella sul funzionamento del mercato del lavoro.

Se siete curiosi di approfondire, potete leggere l’intera intervista del direttore al professore Forges e poi un focus sull’incidenza della questione migratoria nei temi economici.

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