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A quarant’anni da Basaglia, nella società della paranoia

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Franco Basaglia, quarant’anni dopo. Abbiamo ragionato della sua eredità, spingendoci anche a una lettura del presente e del futuro, con il promotore dell’anno basagliano a Lecce, Mimmo Pesare. Docente di Psicopedagogia del linguaggio all’Università del Salento, ma anche musicista coinvolto in un progetto che omaggia lo psichiatra veneto, racconta così l’evento principale della rassegna della quale è stato il principale animatore: «Il culmine delle attività si è avuto a maggio, con il convegno “Basaglia e lo spazio della follia, una storia dimenticata”, cui hanno partecipato, tra gli altri, lo psicanalista Paolo Cesano, la dottoressa Maria Nacci, direttrice del Centro di salute mentale di Taranto e Cono Aldo Barnà, ex presidente della Società Psicanalitica Italiana (SPI)». «È importantissimo riflettere sull’opera di Basaglia, anzitutto perché siamo da quarant’anni l’unica nazione al mondo ad avere una legge come la 180. Mi sembrava un tributo necessario non solo dal punto di vista della ricerca, ma anche dal punto di vista politico, dato che l’attuale Ministro dell’Interno ha dichiarato di voler rivedere alcune leggi simbolo della civiltà, come la Legge 180 del 1978».

Il ministro Salvini ha anche dichiarato che in Italia si consumano troppi psicofarmaci.
Manicomi e psicofarmacologia (quando utilizzata in una maniera sbagliata) sono due facce della stessa medaglia: entrambe partono dall’idea che si debba garantire una presunta “normalizzazione” della persona. Al di là della barbarie dei manicomi, anche gli psicofarmaci (spesso prescritti dai medici di famiglia come fossero medicinali da banco), legittimano una visione filosofica dell’uomo come una vite storta da drizzare, se pensiamo soltanto ai fiumi di Ritalin prescritti per “curare” bambini cui è diagnosticata l’ADHD, cioè il “Disturbo da deficit di attenzione e iperattività”; o alle tonnellate di antidepressivi per curare momenti di fisiologica tristezza della vita. Basaglia pensava invece la relazione di cura (nel senso latino del termine) come incontro con la diversità.

Come evitare l’imbarbarimento?
Continuando a mettere in atto forme di resistenza culturale, ognuno nel suo piccolo, nel suo quotidiano, senza avere l’illusione di trovare capipopolo che “salvino” la società, perché questo è il pericolo più grande. Quello che cerco di fare come docente, come ricercatore, come musicista, come uomo di tutti i giorni è di non smettere mai di gridare che la diversità è una forma della nostra umanità e la arricchisce; il diverso, lo straniero, sono dentro di noi.

Com’è cambiato il concetto di follia, oggi, da un punto di vista clinico e sociale?
I concetti di follia e psicosi, in effetti, cambiano nel tempo. Oggi il cosiddetto pazzo non è più esclusivamente quello che si mette un cappello in testa e pensa di essere Napoleone, o si veste da Gesù Cristo o che dà di matto; non è, tanto per intenderci, il folle romantico, come quel personaggio del film Nuovo Cinema Paradiso, che urla ai suoi concittadini che la piazza è sua. Oggi c’è una forma più latente e forse più pericolosa di follia, che non a caso gli psichiatri e psicanalisti della nuova generazione, come Christopher Bollas o André Green, descrivono “follia bianca”.

Bollas parla a tal proposito di individui normotici, cioè inseriti in una quotidianità apparentemente “normale”, con legami sociali più o meno ordinari, ma che sono incapaci di “sentire” il proprio mondo emotivo. Il folle “romantico” questi legami non li aveva e anzi spesso si tirava addosso lo stigma sociale, guadagnato per le sue stranezze. Il folle “bianco” del nostro tempo ha invece un quotidiano apparentemente regolare ma anche un’impossibilità di lettura del suo mondo interiore.

Si tratta di persone che, messe di fronte a un incidente della vita (un lutto, un abbandono, un licenziamento), hanno un burn-out, come ci capita di leggere nella cronaca nera. “Quello era una brava persona”, dicono sempre i vicini intervistati. Un uomo o una donna che conducevano vite ordinarie e che poi improvvisamente si macchiano di delitti efferati e incomprensibili, si tolgono la vita, sterminano la famiglia, sparano sulla folla. Queste sono le persone malate che produce la società in cui viviamo: anonime, sole, senza aiuto psicologico; o, per altri versi, persone che devono essere sempre competitive, produttive e capaci di rispondere a un modello vincente, come il protagonista del romanzo American Psycho.

I giovani sono inquinati da questi modelli grotteschi, come quelli proposti dai reality o dai programmi pomeridiani di Maria de Filippi, che ha compiuto in oltre vent’anni di tv spazzatura ciò che Pasolini chiamerebbe genocidio culturale. Nella mia esperienza quotidiana coi giovani, io trovo che essi siano abituati a rispondere a tale modello con quello che la psicoanalisi lacaniana definisce il dramma dello specchio: il dramma, cioè, di non poter mai riconoscersi senza resti in una immagine ideale. Che spesso porta sulla strada della paranoia.

Mimmo Pesare

Com’è la vita nella società della paranoia?

Grazie anche all’attuale classe politica, oggi abbiamo la possibilità di individuare un capro espiatorio sul quale scaricare frustrazione, dolore e tutte le preoccupazioni del nostro tempo. Manca quello che Lacan definisce “rettificazione soggettiva”, cioè assunzione di responsabilità del proprio dolore e dei propri fisiologici fallimenti. L’individuo non riesce più ad assumere su di sé la responsabilità del proprio dolore perché si abitua a pensare che ci sia un “altro” maligno, un persecutore, un responsabile delle miserie della sua vita; e quando questo “altro” non esiste, lo si inventa: il migrante, lo straniero, il gay, il negro, l’ebreo, il matto, il diverso.

La società della paranoia è una società che assolve l’individuo, che lo solleva dalle sue responsabilità e lo rende ossessionato dalla ricerca di un colpevole. “Tutti ladri”, il grido dei Cinque Stelle, mi pare la metafora di questa paranoia collettiva, al cui interno c’è una livellazione o meglio, un desiderio di livellazione manicheo, per il quale la soggettività è abolita e si procede per grandi approssimazioni. Il corollario di questa tendenza è una ulteriore e più pericolosa livellazione culturale in una doxa “da discount”: tutti possono esprimersi su tutto, comprese le grandi questioni della scienza (pensiamo ai ‘no-vax’), della giurisprudenza, dell’apparato politico, ecc.

Le vere vittime sacrificali di questo contesto sono i giovani?

Soprattutto i giovani, in quanto i veri grandi assenti, oggi, sono le istituzioni formative come la scuola, la famiglia, il Partito, le associazioni e, in generale, tutte quelle istituzioni che da un parte veicolano la cultura e dall’altra forniscono un freno, una legge, un limite al possibile: quello che Lacan definisce “il grande Altro”. Manca cioè una rete capace di costruire una cultura dalla quale non ci aspettiamo solo l’educazione, ma anche una “castrazione simbolica”, una legge che dica: tu puoi arrivare fin qui!

Da oltre una ventina d’anni – diciamo pure dal berlusconismo, inteso come fenomeno antropologico, oltre che politico – attraversiamo, invece, un’epoca in cui ha preso il sopravvento una sorta di allergia alle forme della legge. Tutto è concesso o, al contrario, la legge è intesa nella sua accezione barbarica, nazista, reazionaria.

Io resto lacaniano e sartriano, cioè convinto che siamo sempre responsabili del disagio che la vita ci mette davanti. Anche se siamo senza risorse, orfani, diseredati, abbandonati, abbiamo sempre l’opportunità di “far qualcosa” di questo disagio.

Cosa succederà di qui a dieci anni? Cosa possiamo fare?

Eh, domande abissali! Non lo so ma purtroppo temo che questa deriva narcisistica abbia un’onda lunga. Ripeto, basterebbe un piccola forma di testimonianza individuale in tutto ciò che facciamo nel nostro quotidiano, ognuno nel suo, senza differenze di professioni, di mestieri, di estrazione sociale. Da un punto di vista personale, quello che posso fare oggi è parlare di fronte agli studenti e spiegare che ognuno può fare della sua vita un percorso in costruzione, cambiandola con la filosofia, con la letteratura, con la musica, con l’arte: “devi cambiare la tua vita”, tanto per citare un famoso libro di Peter Sloterdijk.

Il concetto tedesco di Umbildung si contrappone al tradizionale concetto di Bildung: trasformazione al posto di formazione. Possiamo salvarci nel momento in cui ci sentiamo sempre in un progetto senza fine. Avere un progetto salva la vita, diceva qualcuno. Questo è il lavoro cui si è dedicato sempre il compianto Angelo Semeraro (fondatore e presidente emerito del Corso di Laurea in Scienze della Comunicazione all’UniSalento, scomparso lo scorso 15 maggio, ndr) ed è il modo in cui interpreto il mio lavoro. L’educatore non dovrebbe essere legato solo alla didattica, ai concetti, al sapere trasmesso in modo sterile, ma dovrebbe far passare attraverso il proprio stile l’attenzione verso quei processi che Foucault chiamava “di soggettivazione”, attraverso i quali diventiamo ciò che siamo.

Come previsioni temo che il gradiente paranoico della società sia destinato a crescere. Quello che vediamo non solo in Italia, ma in tutto il mondo occidentale ci porta a pensare che sia vera la profezia secondo la quale quando il padre è morto tutti possono diventare dei. Non essendoci più queste istituzioni formative si cercano surrogati di figure paterne in personaggi e in idee pericolosi. Un “Totem e tabù” malato.

Gli operatori come gli insegnanti e i giornalisti, però, appartengono a categorie che potremmo definire davvero “perseguitate” dal potere, di questi tempi. Perché?

Perché hanno in comune l’essere categorie portatrici di parola. I ragazzi ne hanno bisogno perché sono afasici. Agiscono con aggressività o atteggiamenti eclatanti. Non sanno dare un nome a quello che provano. Quando Young Signorino canta un testo in cui ci sono solo mugugni, si tratta di uno specchio del nostro tempo. È l’aspetto simbolico di come funziona oggi il campo del grande Altro: è afasico, ha perso la parola. Nel mio ultimo libro, “Il soggetto barrato” (Mimesis, 2018), porto un esempio che ha fatto discutere: il modello pedagogico fondato sulla figura mitologica di Telegono, fratellastro di Telemaco. Quest’ultimo è passato alla storia anche grazie all’opera di grande divulgazione di Recalcati, che lo presenta appunto come il figlio buono, giusto, che eredita qualcosa dal padre. Telegono è l’altro figlio di Ulisse, avuto insieme a Circe e non riconosciuto: è orfano ontologico come direbbe Heidegger. Oggi siamo circondati da Telegoni e non da Telemachi. Giovani diseredati in senso culturale, senza una figura che testimoni per loro una eredità simbolica. E in tutto questo si registra il grande disimpegno degli intellettuali.

D’accordo, ma chi li sceglierebbe questi intellettuali? Non c’è poi un “rischio Fusaro”?

Fusaro mi pare un sintomo di questo tempo, sempre troppo convinto di ciò che dice e con un mucchio di sicurezze in tasca che dispensa come ricette di verità. Temo che sia una persona che Bollas definirebbe normotica, cioè un soggetto che non sa leggere le proprie emozioni. È tutto speso nella rappresentazione di sé stesso, non lo vedo mai sorridere nelle sue interviste, non c’è carne, non c’è pathos. Sui suoi social ci sono ogni giorno una ventina di suoi post, ma sono sempre autocitazioni, selfie, non c’è mai la foto di qualcosa che renda conto del mondo esterno al suo ego, che ne so, la foto di una spiaggia, una canzone…mi pare già un sintomo, sono autocitazioni.

E questo dovrebbe essere ciò contro cui la filosofia dovrebbe vaccinare? Mettendosi in bocca nomi come Gramsci e Marx ma auspicando cose di una gravità terribile (sovranismi, omofobia, tanto per citare alcuni dei suoi items)? Recentemente Fusaro ha persino parlato del suo auspicio di sopprimere l’Erasmus perché sradicherebbe il cittadino “italico” della sua identità rendendolo errante. Qui leggo paranoia.

Riguardo l’impegno anche nell’arte, lei è anche un musicista e ha appena avviato un progetto ispirato proprio all’opera di Basaglia.

Suono da autodidatta da quando ero adolescente, cioè dalla fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta. Ringrazio sempre i miei amici di allora, coi quali, con pochi mezzi e in maniera sempre resistente, provavamo a immaginare attraverso la musica rock, punk, alternativa (come si chiamava allora), un destino diverso da quello che i nostri piccoli paesi, tra alienazione, criminalità, eroina, depressione e povertà, ci avrebbero assegnato di default. Ma anche oggi, da ultra-quarantenne, penso che se non avessi avuto la musica sarei un prof depresso per le condizioni in cui vessa l’università. Dai gruppi di Sava e Manduria (in provincia di Taranto) e le esperienze dei “nostri” centri sociali, fino agli anni 2000, con le ultime esperienze rilevanti con (i QCK, Tobia & The Sellers, gli Zeman), adesso, a distanza di anni da quelle esperienze di condivisione, ho un progetto solista, Ninotchka, di musica elettronica e trip hop con testi in italiano, del quale è uscito il primo singolo, “Temporalità” e sta per uscire il secondo, “Scegli”, in attesa del primo LP (prodotto in crowdfunding da Musicraiser). Ninotchka Project è anche una crew, con la collaborazione di artisti che girano intorno ai temi che mi stanno a cuore e che produce anche spettacoli teatrali, come “La follia e il suo doppio”, dedicato appunto al lavoro di Basaglia, con Giorgio Consoli, bravo attore del Piccolo di Milano e cantante dei Leitmotiv, oltreché amico da 25 anni, alla voce narrante. Insomma, proviamo ancora a stupirci.

 

 

*In cover un’illustrazione di Paola Rollo.

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Andrea Aufieri

Cerco di coltivare una curiosità basilare per questo mestiere. Lavoro con le parole e con i dati, sono il direttore di Sinapsimag e mi interessano molto le dinamiche sociali legate al progresso scientifico. andreaufieri.it

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